Page 163 - Le donne nel primo conflitto mondiale - Dalle linee avanzate al fronte interno: La grande guerra delle italiane - Atti 25-26 novembre 2015
P. 163

II Sessione: ZONE DI GUERRA                                                163


          possibilità di esercitare la sua professione, ma la popolazione continuava a rivolgersi,
          per ragioni anche comprensibili, all’ostetrica locale .
                                                         34
             Il lavoro veniva di norma offerto alle profughe che non avevano vincoli di fami-
          glia ed in questo caso ad essere favorite erano le donne nubili dai 15 ai 40 anni, che in
          genere potevano scegliere di trasferirsi senza difficoltà anche molto lontano rispetto
          a dove avevano inizialmente trovato ricovero. Molte di queste profughe vennero im-
          piegate nelle fabbriche di armi e munizioni, un settore che offriva un salario legger-
          mente più alto rispetto alla media e per questo motivo particolarmente ambito. Per le
          profughe con figli la mobilità all’interno del mercato del lavoro era pressoché nulla,
                                                                                   35
          secondo una tendenza che l’economia di guerra aveva contribuito ad accentuare . Per
          gran parte di loro l’impiego nei laboratori istituiti per la confezione d’indumenti civili
          e militari era il massimo a cui potevano aspirare, proprio a causa della loro condizio-
          ne di madre. Anche per le altre profughe la mobilità era comunque rigida, pure se la
          situazione era molto diversa a seconda delle località e del tipo di lavoro.
             La manodopera femminile si adattò a numerosi mestieri pesanti, pur adeguata-
          mente retribuiti, tanto nell’agricoltura che nell’industria. In Lomellina (Pavia), nume-
          rose ragazze di Bassano, molte della quali ancora in tenera età, trovarono facilmente
          impiego nelle risaie, adattandosi ad un mestiere faticoso e insalubre; non a caso, tra
          il maggio e il giugno del ’18 si registrarono numerose agitazioni e scioperi tra le la-
          voratrici in risaia per ottenere migliori salari e le otto ore giornaliere . Sempre nel
                                                                           36
          pavese, a Robbio, alcune profughe che avevano rifiutato di lavorare in un cotonificio
          per un salario di 70 centesimi per dieci ore di lavoro giornaliere, accettarono di essere
          impiegate in uno stabilimento meccanico, dunque un lavoro ben più pesante anche
                            37
          se meglio retribuito .
             In regioni come il Piemonte e la Toscana, caratterizzate anche prima dell’inizio
          della guerra da una massiccia immigrazione stagionale femminile, l’inserimento delle
          profughe nel mercato del lavoro era ancora più difficile; a differenza delle stagionali,
          queste non costituivano un gruppo – si trattava per lo più di singole operaie reclutate
          attraverso i Comitati – e dunque possedevano uno scarso potere di contrattazione
          e qualsiasi forma di rivendicazione per loro era in pratica impossibile. Se da questo


          34   ACS, Profughi e internati, b. 6, fasc. 526, Amelia Venturini a Francesco Saverio Nitti, 6 luglio 1919.
          35   Barbara Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Marsilio, Venezia 1998, pp. 43-110.
          36   Sul tema, si veda Giovanna Procacci, La protesta delle donne delle campagne in tempo di guerra, in «Annali
             dell’Istituto “Alcide Cervi”», XIII, 1991, pp. 57-86.
          37   ACS, Profughi e internati, b. 6, fasc. 524, Relazione di Giacomo Velo, 1° luglio 1918.







   II-sessione.indd   163                                                               05/05/16   10:32
   158   159   160   161   162   163   164   165   166   167   168