Page 173 - Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione. Problematiche e prospettive - Atti 11-12 novembre 2019
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III Sessione - L’ordine pubblico nel primo dopoguerra 171
Reggimento di fanteria coloniale (disciolto poi il 1° aprile 1919) venne designato
per fare parte del Corpo di occupazione dei porti adriatici, con destinazione
Fiume, ove giunse il 25 novembre 1918 per via fluviale fino a Vukovar e poi su
ferrovia, al comando del colonnello Debieuvre; fu quindi lasciato di guarnigione
il 5° Battaglione, al comando dello chef de bataillon Pinet, mentre il resto del-
l’unità si trasferiva a Dubrovnik (Ragusa) con il vapore Styria. Successivamente,
il 6 febbraio 1919, il 1° battaglione indocinese di tappa, imbarcatosi a Salonicco
il 30 gennaio precedente sul vapore Austria, giunse anch’esso a Fiume, da cui il
a
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Comando e la 4 Compagnia si spostarono a Zagabria e la 3 Compagnia a Bel-
grado.
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Per quanto riguarda gli elementi del genio, la Compagnia 27/6, della 76 Di-
visione di fanteria, fu rilevata da una compagnia algerina e da una tunisina e rien-
trò a Neusatz via ferrovia il 4 gennaio 1919. Nel porto della città era altresì
ancorato un contingente navale multinazionale di discreta entità. Sul versante ita-
liano, a richiesta del generale Grazioli, il 15 luglio 1919 fu destinata in città anche
a
la 9 Compagnia della Guardia di Finanza. Venne così a formarsi, per quanto qui
di più stretto interesse, un distaccamento al comando del capitano Filippo Sepe,
inserito nel Corpo di Occupazione Interalleato ma formalmente inquadrato nel
I Battaglione dislocato a occidente della linea di armistizio a Volosca. La situa-
zione dell’ordine pubblico in città andò progressivamente deteriorandosi, poiché
gli italiani ritenevano che la presenza interalleata in realtà fosse volta a spalleggiare
le pretese serbo-croate su Fiume, mentre gli Alleati, oltre a propugnare la linea
del manifesto del presidente Wilson (lanciato al popolo italiano a mezzo stampa
il 24 aprile 1919), rammentavano pure che la città era posta a oriente della linea
a suo tempo fissata nel Patto di Londra e quindi non rientrava nel territorio di
cui l’Italia poteva a buon diritto reclamare l’annessione alla madrepatria. Il 6 luglio,
infine, avvenne l’inevitabile e dai più o meno casuali contatti fisici si passò all’uso
organizzato di armi da fuoco in una serie di scontri cruenti che furono poi chia-
mati Vespri fiumani. Naturalmente, la dinamica dei fatti a distanza di cento anni
rimane ancora abbastanza confusa, né a chiarirla definitivamente sono valsi i più
recenti studi storiografici. Comunque sia, sul terreno rimasero 9 morti, tra 11 e
40 feriti – secondo le varie fonti, – 7 prigionieri di parte francese/annamita e,
forse, un morto e 3 feriti – questi ultimi della Regia Marina – di parte italiana. In
particolare fu neutralizzata la guarnigione di Porto Baros da cui erano partiti colpi
di arma da fuoco contro i picchetti di marinai italiani che stavano scendendo dalle
navi da guerra ormeggiate in porto per riportare l’ordine e la calma in città. A
tale neutralizzazione avevano contribuito anche i finanzieri di guardia alle instal-

