Page 165 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La resistenza                              163


                        ti ho scritto piú a lungo: in primo luogo perché temevo che le lettere
                        venissero soppresse, e che la censura non perdesse tempo a verifica-
                        re le cartoline lunghe, in secondo luogo perché ignaro dei bollettini
                        non volevo mettere nessuna notizia che non fosse ufficiale, e infine
                        perché avevo tamponata l’anima agli sfoghi dolorosi dello sconfor-
                        to: non potevo dolermi e sfogarmi se volevo mantenere la serenità
                        e la forza d’animo necessaria a condurre in porto la mia batteria
                        così poco omogenea. Quello che m’è passato per l’animo non te lo
                        posso descrivere, anima cara, dalla notte fra il 25 e il 26, quando
                        giunse l’ordine di ritirata, fino a questi giorni che pare si riconsolidi
                        la linea. L’incubo orrendo di quella prima notte: smontare i pezzi
                        dalle istallazioni metterli sugli affusti di via; e intorno turbinavano
                        camions a sfollare le retrovie dei materiali recuperabili e le trattrici
                        che trainavan le artiglierie. Pareva un delirio un sogno pauroso. E
                        la mattina, quando riapparve la luce, il paesaggio mi parve trasfi-
                        gurato. Pareva che la pace, il silenzio fosse ritornato sul Carso de-
                        solato, sul San Michele, sul Sei Busi, sul Faiti tormentato; parevano
                        una rievocazione di cose vedute e che non dovevano più tornare da-
                        vanti agli occhi. Poi, i nemici cominciarono un fuoco d’inferno sul-
                        le nostre linee. Occuparono il Faiti, ma furono ributtati subito. Le
                        fanterie resistevano. Ma la ritirata della III armata continuava per
                        una sconfitta non nostra. Noi partimmo sul pomeriggio del 26. Ma
                        ci ostinavamo a non credere: speravamo si trattasse d’una ritirata
                        di materiali per ogni evenienza, come l’anno scorso per il Trentino.
                        Cosi ancora si sperava la sera a Cervignano al comando. E comin-
                        ciai la mia «via crucis» in mezzo all’esodo generale, tirandomi ap-
                        presso una batteria non fatta per il movimento, che continuamente
                        s’ingrossava di uomini e di pezzi. Ma della mia ritirata ti parlerò
                        un altro giorno. Qui pare che la linea si consolidi. L’esercito si va
                        ripigliando e fra non molto spero di rivederlo ricostituito e risolle-
                        vato. Tutto questo però se i cittadini non continueranno nell’opera
                        parricida di disgregamento: se in Parlamento non si continueranno
                        a giuocare partite elettorali puntando sulle carte i destini della pa-
                        tria, se le città non tumultueranno perché saran private dei grissi-
                        ni. Tali cittadini, tali governanti disfanno l’esercito, perché il loro
                        contegno è un insulto per chi tutto rischia nell’impresa: sono essi
                        che hanno aperto al nemico le porte d’Italia: e t’assicuro che più
                        che la sconfitta grava la vergogna; e se odio il tedesco, ancora più
                        abomino i tedeschi d’Italia [...] Ma, in complesso, spero bene e non
                        sono avvilito.
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