Page 168 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                       costituire la batteria, dall’altra, mi si richiede di farla funzionare. È
                       un pochino mettere il carro avanti ai buoi. E con tante cose da fare
                       spesso finisco a farne poche e anche poco bene. Sono più spesso in
                       giro che in batteria, ora chiamato da un comando, ora dall’altro,
                       ora all’osservatorio. I nuovi soldati non sono in troppo floride con-
                       dizioni: gente uscita dall’ospedale e che finisce a rientrarci. Vado
                       fortificando i pezzi e la batteria, la quale spara poco per ora. Ho
                       fatto solo qualche tiro d’aggiustamento. Sto per ora in un casola-
                       re privo di porte e di finestre in cui il vento entra da tutte le parti.
                       La sera stiamo a scaldarci intorno al classico focolare delle cucine
                       venete. Ci stava della gente pacifica fino a poco tempo fa. Alcuni
                       giorni fa venne la povera famiglia di contadini che abitava il caso-
                       lare. La massaia si mise a piangere e a disperarsi: «Anca el porceo,
                       anca i polastri i ga portà via!» E il marito la consolava dicendo che
                       sarebbe ricorso dai carabinieri! Scena pietosa e comica insieme.
                       Come devasta la guerra, e come devasta terra italiana! A pensarci
                       vien da mordersi le mani e da bestemmiare il dio dei cieli e il dia-
                       volo dell’inferno. E questa povera gente si attacca disperatamente
                       alla propria terra: rimangono fin nelle prime linee di fanteria, e
                       tollera il flagello con una mite rassegnazione che commuove. Buona
                       gente i veneti.

                     Z. d. g., 6 diCembre 1917
                       [...] Ho appreso con gran dispiacere la morte del fratello della po-
                       vera Marini, non tanto per lui, che così non ha gustato l’amarezza
                       infinita della sconfitta, quanto per la povera famiglia: quel povero
                       buon vecchio del padre, la povera madre già cosi scossa: folgori da
                       schiantare le più salde vecchiezze, son queste. Lui lo vidi un anno
                       e più fa a Cormons; erano i giorni della vittoria di Gorizia, e an-
                       dava a costruire gli acquedotti del Sabotino da poco conquistato.
                       Pare che sia passato un secolo. Del resto, non credo che sian da
                       compiangere i morti: in certi momenti vien da invidiarli: quelli che
                       son morti nello slancio della vittoria. E poi la morte in guerra non
                       ha nulla di lugubre. Io son vissuto in mezzo ai cimiteri infiniti della
                       guerra, ho appostato i pezzi tra le croci, e i morti li ho sentiti come
                       compagni d’arme che han fatto una sosta, come soldati a riposo
                       dopo lunga fatica. Quei cimiteri erano ospitali a chi era assillato
                       dalla guerra, perché eran le tombe di quelli che la guerra aveva
                       inghiottito. Invece ieri dovetti andare a stabilire un osservatorio in
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