Page 315 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La  vittoria                               313

                    no di noi, che in quella scena non abbiamo altro titolo che la fortuna di essere
                    stati prescelti per un dovere da compiere. Raccogliamo una messe a non finire
                    di baci, di carezze, di abbracci impetuosi. Ci arrendiamo alla stretta di chi ci
                    tiene quasi temesse di perdere il contatto con quel po’ d’Italia che ognuno di
                    noi ha portato con sé.
                      Avanzando a stento in quel gorgo umano vediamo finalmente Petitti arriva-
                    re sotto il portico. Là la marea si è fermata. I sedici carabinieri sono già ai loro
                    posti. Passano i membri dei Comitati. Ci sono tutti, anche gli slavi capeggiati
                    dal deputato Wilfan. Per essi non è l’Italia che prende possesso di Trieste, ma
                    l’Intesa. Tra breve Petitti li disingannerà.
                      Trieste piange e gioisce
                      Sui primi gradini della bianca scalea che adduce al maggior salone del
                    palazzo c’incontriamo con Silvio Benco e Giulio Cesari. Benco reca il segno
                    dei patimenti fisici e morali impavidamente sopportati negli anni del duro in-
                    ternamento, ridotto in assoluta povertà. Il volto scavato, quasi senza traccia di
                    carne in gran parte nascosto dall’ispida barba s’illumina nella nobile fronte e
                    nello splendore degli occhi. Ci guarda, ci sorride, tutto quello che voleva dirci
                    lo ha scritto ne «La Nazione». Ce ne regala Cesari una copia appena uscita,
                    che odora di inchiostro.
                      “L’Italia viene! Viene cinta d’armi, coronata di vittoria, con l’ulivo della
                    pace nella mano possente. La bellissima tra le Nazioni, la Madre nostra viene
                    a noi! Il nostro cuore quasi scoppia vedendola simile alle Madonne dipinte dai
                    nostri grandi sulle pale d’altare, cosi bella e irradiata di divina luce.” Parole di
                    un poeta... Superiamo la prima rampa della scalea e improvvisamente vedia-
                    mo precipitarsi incontro a noi uno stuolo di fanciulle. Appena ci raggiungono,
                    ci coprono di fiori. Le loro impetuose effusioni ci fanno immaginare quale
                    può essere stata l’accoglienza fatta poco prima al Governatore. La povertà de-
                    gli abiti, testimonianza delle ristrettezze in cui hanno vissuto negli anni della
                    guerra, nulla toglie alla loro prorompente bellezza. Recano al collo sciarpette
                    e fazzoletti rossi, bianchi e verdi. Ci offrono coccarde come quelle comparse
                    a Milano durante le “cinque giornate”. Si sono adornate il capo con fiocchi
                    tricolori. Viviamo l’illusione di tuffarci nella nostra storia piú bella e più en-
                    tusiasmante.
                      Ma noi abbiamo fretta di raggiungere Petitti. Al braccio delle fanciulle bru-
                    ciamo l’ultima rampa di scale ed entriamo nel salone, dove tutto è sparito
                    tranne i lampadari, che dopo la lunga notte buia della guerra, ora risplendono
                    a piena luce, mentre attraverso i finestroni aperti sulla piazza e sulle rive sal-
                    gono le invocazioni della folla: «Italia! Italia! Italia!».
                      Petitti è al centro del salone. Valerio ha appena finito di parlare. In un ango-
                    lo c’è una rappresentanza dei popoli che la nostra vittoria rende indipendenti.
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