Page 314 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  no anche alcuni esponenti slavi del Comitato di Salute Pubblica.
                     Le corde vengono finalmente gettate dalla tolda alla riva dove i marinai
                  della Capitaneria di porto assecondano febbrilmente la manovra di attracco.
                  Il brusio della folla lontana, che già era scemato, ora cessa come per incanto.
                  Ciò che sta avvenendo non è più la scena di uno sbarco, ma la prefigurazione
                  di una catarsi. A bordo ci siamo tutti allontanati dall’imponente figura di Petitti
                  di Roreto. Vogliamo che la folla lo possa individuare, vedere. Egli è già nella
                  luce di un mito. Appena la passerella è gettata il valoroso soldato la supera con
                  passo sicuro ed agile, e in pochi secondi è a terra. Batte con forza il piede e
                  nel silenzio dell’attesa, che ha inchiodato la nereggiante massa umana su tutta
                  l’ampiezza delle rive, la sua voce risuona alta e solenne con le parole fatidiche
                  che passeranno a lettere d’oro sul grande libro della Storia:
                     «Prendo possesso di Trieste nel nome del Re d’Italia!» «Viva l’Italia!» ri-
                  sponde il gruppo dei cittadini. Il Generale e il Podestà si abbracciano con gli
                  occhi umidi di pianto. Il silenzio che ha accompagnato il rito è rotto. La com-
                  mozione scioglie i cuori, riaccende l’entusiasmo a ondate. Il grido di «Viva
                  l’Italia» esplode da migliaia e migliaia di cuori. Poi si ode il canto della resur-
                  rezione impetuoso, travolgente:
                     “Si scopron le tombe, si levano i morti...»
                     E su quella massa umana in delirio d’amore, pare che aleggino le anime
                  sante e benedette dei cinquecentomila caduti del Carso, della Bainsizza, del
                  Piave, degli Altipiani, del Grappa, del Montello, delle Dolomiti, dell’Ada-
                  mello. Scendiamo a terra con i volti rigati dal pianto, che non riusciamo piú a
                  trattenere e che ci lava l’anima e ce la ripulisce di tutti i dubbi e gli errori del
                  passato!
                     In breve si forma un corteo con in testa Petitti e il Podestà Valerio. La mèta
                  è il palazzo dell’imperial-regia Luogotenenza a circa duecento metri dal molo.
                  Nel tumulto degl’incontri e degli abbracci vedo Camillo Ara assediato dai suoi
                  concittadini. Il capo del partito unitario è rimasto senza occhiali. Ugo Ojetti lo
                  ha preso sottobraccio e lo protegge nella calca con paterna affettuosità. Hanno
                  lavorato insieme per anni. Ora ne godono il frutto. Tutti lo godiamo. In quel
                  frammischiamento di corpi e di anime le parole volano nell’aria smozzicate,
                  frementi come sintesi di un poema al tempo stesso vissuto e cantato...
                     Alla radice del molo corriamo il rischio di essere travolti dall’irrompere
                  tumultuoso della folla. L’immediata apparizione di Petitti sconvolge gli animi.
                  La compostezza rispettata sino a quel momento — ed era sembrata il miracolo
                  di una innata disciplina sconosciuta agl’italiani — crolla in frantumi.
                     Non vi sono piú di cinquanta metri da percorrere per arrivare al portico del
                  palazzo. Il Governatore viene sollevato di peso da robuste braccia di popolani.
                  Tutti vogliono toccarlo, abbracciarlo, baciarlo. La stessa sorte tocca a ciascu-
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