Page 312 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  tempo non passasse mai; ora, invece, ci fugge innanzi portandoci via i pensie-
                  ri. Tra il porticciattolo di Santa Croce e Grignano la costa appare come uno
                  spalto bruno, ricco di vegetazione; che scende a picco sul mare. Non una casa,
                  non una barca. Ma ecco che una voce, seguita da tante voci, grida un nome che
                  passa come un fremito da prua a poppa:
                     «Miramare! Miramare!»
                     Le famose bianche torri, ingrandite dal sublime volo poetico evocatore di
                  Giosuè Carducci, spuntano sulla cresta del verde promontorio che nasconde la
                  mole del Castello. Ancora pochi minuti di navigazione ed è il miracolo. Trieste
                  è là in fondo, tutta grigia, nascosta entro una cortina di vapori che l’imminente
                  sera ha reso più fitta. Invano cerchiamo di scoprirne le linee. Ricorriamo alla
                  fantasia, ai ricordi di visite lontane quando i piroscafi del “Lloyd” correvano
                  veloci tra Trieste e le Bocche di Cattaro, partendo da quel molo San Carlo che
                  era il cuore della vita marinara della città e dove l’”Audace” è atteso.
                     Siamo nel cuore della rada e a bordo si è rifatto silenzio. Par d’essere giunti
                  al momento culminante di un rito religioso. Il caccia punta con sicurezza tra
                  la diga del Porto Vecchio e la punta del molo San Carlo. A cento metri dalla
                  banchina si ferma.
                     Tutto quello che sino a poco fa ci era sembrato scuro e confuso ora lo ve-
                  diamo vivo e palpitante davanti a noi come nella vita si può vedere, godere,
                  amare una volta sola con il pianto della commozione che sgorga impetuoso
                  dal cuore e il riso della gioia che sconvolge i sensi. Le rive, i moli, le finestre,
                  i balconi, i tetti dei palazzi rigurgitano di popolo che agita bandiere tricolori.
                  La notizia del nostro arrivo ha mobilitato l’intera popolazione, tra i Magaz-
                  zini Generali e la Lanterna vecchia, ovunque ha potuto trovare uno spazio
                  libero. Attende dalle prime ore del mattino, ha sopportato la nebbia, sfidato
                  la pioggia, non ha toccato cibo, ha cantato, invocato l’Italia. Quando ha visto
                  profilarsi la prua dell’“Audace” le donne sono cadute in ginocchio chinandosi
                  sino a baciare la terra. Dall’alto dell’anfiteatro coronato dagli spalti dell’antico
                  castello alla basilica di San Giusto, l’eroico santo cittadino, intere famiglie
                  hanno lasciato i loro quartieri e sono scese alla riva.
                     Nell’aria ferma le grida, i canti di esultanza, le invocazioni, le esplosioni
                  di felicità, il delirio di tutto un popolo unito da una stessa passione si fonde
                  in un alto misterioso coro che per la lontananza da cui ci giunge sembra farsi
                  inno e preghiera.
                     Ma chi tiene in perfetto ordine geometrico tutto quel popolo entusiasta, là
                  sulle rive e sul molo San Carlo come se fosse trattenuto da un rigoroso schie-
                  ramento di truppa? Non è esso quel popolo che cinque giorni fa ha messo in
                  fuga l’imperial-regio Luogotenente; quel popolo che si è eretto libero e signo-
                  re della propria città, arbitro di tutti i poteri? Quale miracolosa forza presiede
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