Page 316 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  Prima che Petitti prenda la parola tre fanciulle escono dalla fitta corona dei
                  presenti e con rapidissima mossa si precipitano verso lui avvolgendolo in una
                  grande bandiera tricolore. Il Governatore non si sorprende di quel gesto. Sorri-
                  de alle fanciulle, solleva fieramente il capo, poi bacia la bandiera che lo avvol-
                  ge. Nella sala scoppia un applauso che dura una decina di minuti, soverchiato
                  dalle grida di «Viva l’Italia! Viva il Re soldato! Viva l’Esercito liberatore!».
                     Ristabilitosi il silenzio il generale Petitti prende la parola. Il timbro metal-
                  lico della sua voce risuona con le vibrazioni dell’eloquenza soldatesca, tutta
                  nerbo e chiarezza.
                     Trieste è italiana, dice, ma non soltanto Trieste. L’Armata di Pecori Giral-
                  di è alle porte di Trento. Domani anche Trento sarà liberata e italiana. Ma la
                  mèta delle nostre truppe è molto più lontana. Arriverà fin dove arriva il diritto
                  italiano. Trieste è italiana ma non è tutto; le nostre navi risalgono l’Adriatico.
                  Domani le città della nobilissima Istria, terra romana, veneta, italiana da sem-
                  pre, saranno congiunte alla madre patria. Sul Carso il nostro Esercito ha già
                  sorpassato le linee che tenne vittoriosamente durante le dodici battaglie dell’I-
                  sonzo. Gorizia è liberata. La nostra bandiera giungerà sino alle Alpi Giulie,
                  legittimo confine della nostra amata Patria. Così i nostri morti avranno pace
                  nella gloria della vittoria.
                     Il Governatore ha appena pronunziato le ultime parole che dalla riva e dal-
                  la piazza, dove la folla ha invaso i boschetti cedui creati per proteggere la
                  imperial-regia Luogotenenza dalle manifestazioni popolari, si leva un grido
                  echeggiato da mille e mille bocche:
                     «I Bersaglieri!»
                     La catena delle “maone” veneziane, trainate dai vaporini lagunari, coi ber-
                  saglieri al comando del generale Coralli sono anch’esse felicemente arrivate:
                  lo sbarco avviene nel molo prospiciente l’edificio dell’Excelsior, il famoso
                  albergo degli alti papaveri dell’Impero crollato. Nel ristorante di quell’albergo
                  consumeremo piú tardi il nostro primo pasto senza olio, senza grassi, senza
                  carne, con un po’ di pesce secco e una fetta di pane recante le tracce verdi della
                  muffa.
                     Abbandoniamo quella che è ormai la sede del “Governatorato della Vene-
                  zia Giulia” e andiamo a immergerci nella folla. Ci abbandoniamo senza meta
                  alla corrente. Gli uomini debbono ancora deporre le armi con cui hanno fatto
                  la rivoluzione il 30 ottobre e difeso l’ordine cittadino. Sul cappello e sul bave-
                  ro della giacca ostentano con orgoglio nastri e coccarde tricolori. Non diverso
                  doveva essere stato lo spettacolo dei milanesi durante le cinque giornate, dopo
                  la fuga del maresciallo Radetzky. I loro abiti sono logori e rappezzati: da anni
                  le donne si confezionano gli abiti con vecchie coperte da letto e addirittura
                  con lenzuola. In mezzo alla folla, malgrado lo stato dei nostri cappotti e delle
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