Page 309 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La  vittoria                               307

                      Senza esitazione e senza una parola di congedo dalle persone che l’han-
                    no accompagnato il “Governatore di Trieste” monta sulla passerella e, come
                    mette il piede sulla piattaforma di poppa, gli sembra di essere piú vicino alla
                    mèta che l’attende che alla città che lascia. La cerimonia dell’incontro con il
                    comandante dell’“Audace’ e l’equipaggio avviene con la più rigorosa osser-
                    vanza delle norme di bordo.
                      Dalla plancia del ponte di comando dove è salito, avendo a fianco soltanto
                    il comandante del caccia, il Generale si volge alla folla assiepata sulla riva.
                    Ora tutti lo possono vedere. Ha il braccio sinistro entro una larga benda nera
                    che copre parte del petto e gli gira intorno al collo taurino. Non è una ferita,
                    ma qualche cosa di peggio. Durante un’ispezione in trincea lungo l’argine del
                    Piave Vecchio è stato travolto dallo scoppio di una granata che lo ha sepolto
                    sotto una valanga di fango. Portato in barella al più vicino ospedale da campo,
                    per le cure più urgenti, ha rispettosamente respinto le sollecitazioni del Co-
                    mando Supremo che avrebbe voluto ricoverarlo in un ospedale della retrovia.
                    È rimasto al suo posto di responsabilità con una spalla fracassata.

                                            una impOnente figura
                      La imponente figura e quel volto dai lineamenti virili ma non severi, anzi
                    cordiali, i capelli bianchi, i folti baffi e il pizzetto alla Re Vittorio, strappano
                    un lungo applauso ed alte grida di “Viva. Trieste italiana”. Egli dapprima sor-
                    ride, poi s’irrigidisce sull’attenti e saluta portando orizzontalmente la mano
                    destra alla visiera del berretto.
                      Senz’altri indugi salgono i pochi ufficiali del seguito, i sedici carabinieri,
                    che presidieranno la sede del Governatore a Trieste, e dietro loro un ristretto
                    gruppo di personalità civili che da tempo collaborano in incarichi di fiducia al
                    Comando Supremo. Il gruppo è capeggiato da Camillo Ara, ultimo presidente
                    del partito italiano di Trieste, impareggiabile conoscitore della situazione po-
                    litica ed economica delle terre adriatiche, Infine è il turno dei corrispondenti
                    di guerra: E.M. Baroni del «Gazzettino», una specie di sosia di d’Annunzio,
                    tutt’altro che scontento della rassomiglianza che lo fa credere almeno con-
                    giunto del grande Poeta; Arnaldo Fraccaroli del «Corriere della Sera», mae-
                    stro di arguzia; il taciturno e attentissimo Ermanno Amicucci del «Mattino»
                    di Napoli; Baccio Bacci de «La Nazione» di Firenze, monumentale come un
                    atleta dell’Ammannati; Antonio Baldini rivelatosi scrittore proprio coi servi-
                    zi dal fronte per la «Illustrazione Italiana»; l’irrequieto Achille Benedetti del
                    «Giornale d’Italia», sempre primo nei pericoli; Gigi Michelotti della «Stam-
                    pa»; Mario Sobrero della «Gazzetta del Popolo»; il poeta rodigino Gino Piva
                    del «Resto del Carlino» e, in fine, l’acclamato autore de “La cena delle beffe”
                    Sem Benelli.
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