Page 306 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  3 nOvembre 1918

                                        COn L’“audaCe” a trieste
                     L’imbarco sul cacciatorpediniere “Audace” era fissato per le 9,45 dalla riva
                  degli Schiavoni, all’altezza del famoso “arzenà de’ vinigiani”, che Dante ri-
                  corda nella Commedia, ma alle sei avevo già aperto le imposte della camera
                  assegnatami sul Canal Grande. Su Venezia gravava ancora il silenzio umido e
                  nebbioso di una notte senza vento. Immota l’acqua, ferme le gondole affian-
                  cate agli attracchi, appena percettibile lo sciabordio dei lenti risucchi lungo le
                  fondamenta dei vetusti palazzi; non una voce, una luce. Tutto intorno aveva
                  sentore di cose perdute, di morte. E, invece, era la vita. La vita, sì; perché
                  eravamo finalmente all’epilogo della lunga guerra; dura e sanguinosa come
                  non erano state tutte le guerre del Risorgimento unite insieme, e il 24 ottobre,
                  anniversario amaro della tragedia di Caporetto, l’Esercito, battuto e travolto
                  un anno prima, si era levato in piedi e nello spazio di appena una settimana
                  aveva passato il Piave malgrado la piena, sfondato i campi trincerati nemici,
                  dagl’impervi bastioni del Grappa all’Adriatico, travolto e scompaginato pos-
                  senti unità, messo in crisi l’intero fronte delle forze austro-ungariche, creando
                  la premessa strategica per la piena totale vittoria dell’Intesa contro gl’Imperi
                  centrali: la fine della guerra mondiale!
                     Quale contrasto tra l’incalzare dei tanti avvenimenti grandiosi e definitivi,
                  che per quanto previsti e ansiosamente attesi parevano giungere improvvisa-
                  mente nella luce del miracolo, e il silenzio di quest’alba gelida, inanimata,
                  che stentava ad accendersi con le prime luci del mattino. Ancora sotto il peso
                  di un’insonnia affaticata da un’ansiosa alternativa di amare evocazioni e di
                  entusiasmanti speranze già sulla strada di farsi certezze, gli occhi stentavano
                  a fendere i vapori notturni dell’altra sponda del Canale e a scoprire i contorni
                  dei superbi palazzi che uscivano indenni dalla guerra. Persino la maestosa
                  mole della “Madonna della Salute” pareva essersi fusa in uno strato ancora
                  piú denso e piú nero, quasi un’enorme vela ancorata in quel punto di solenne
                  bellezza, creato dalla natura e dal genio umano, dove il Canal Grande sfocia
                  nell’aperta Laguna e già sembra il mare.


                                                   * * *


                     Il luogo di riunione per l’attesa dell’imbarco è il “Danieli”. I mori dell’anti-
                  co orologio di Piazza San Marco battono le otto quando scivolo in fretta lungo
                  le Procuratie Nuove per raggiungere la Riva degli Schiavoni Al caffè Florian
                  trovo gli altri corrispondenti di guerra. Non siamo piú di nove. Ognuno at-
                  tribuisce a un miracolo l’aver fatto in tempo a raggiungere Venezia, sparpa-
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