Page 21 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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IntroduzIone                                              17







               Fu il fascismo ad approfittare della grande incertezza e della debolezza generale. Esso fece della religio mortis la
               propria principale auto rappresentazione, confiscò la celebrazione della Vittoria, il culto dei Caduti, la memoria dei
               reduci per edificare con essi un palcoscenico unico sul quale recitare la parte che si era scelto, o credeva, nella storia
               del Paese, giungendo a fare della stessa Piazza Venezia, sulla quale l’Altare della Patria dominava, il fondale delle
               “oceaniche adunate”, e del Soldato Ignoto il testimone silenzioso e involontario di ciò che vi si diceva, celebrava e,
               purtroppo, decideva.


               Per oltre due decenni il Paese fu invaso da un profluvio di labari neri, teschi, allocuzioni macabre e motti dal
               suono truce e malaugurante, che volevano suonare come una sfida alla sorte ma che rivelavano un grande vuoto
               di concetti.


               Va notato, tuttavia, che pur nella appropriazione da parte del fascismo della memoria della guerra, la simbologia del
               regime rimase sempre ai margini, e talvolta nemmeno a quelli, del culto dei Caduti. Riedificati radicalmente i grandi
               Sacrari di Redipuglia e Cima Grappa, aquile, fasci e motti mussoliniani furono però prudentemente esclusi dallo
               spazio visivo. Allo stesso modo, anche l’Altare della Patria al Vittoriano non fu oggetto di intrusione architettonica,
               nemmeno quando vi fu edificato all’interno un Sacello, al quale semmai sarà aggiunta una, sia pure semi-nascosta,
               simbologia cristiana, cosa che fino a quel momento, nel simbolo della Roma laica che sembrava sfidare San Pietro,
               non era stata nemmeno pensabile.


               Nel 1930, dopo il Concordato con la Chiesa, sarà realizzata infatti una cappella, eseguita nello stile bizantino-ravennate
               al momento in voga, nella quale la Salma era circondata dai mosaici dei santi patroni militari, e una austera Croce
               teneva il centro della stanza.


               Sarebbe stata necessaria fra 1940 e 1945 un’altra guerra ancor più distruttiva e 400.000 morti perché un nuovo
               cambiamento giungesse nel sentire verso i Caduti e la loro memoria. Un sentire portato da una guerra subita stavolta
               su quasi tutto il territorio, un conflitto che divise la stessa comunità nazionale, che abbatté la vecchia forma di Stato,
               aprì una nuova stagione per l’Italia, stavolta segnata però dalla democrazia e dal crescente benessere.


               Dal  1945  il  rapporto  degli  italiani  con  la  morte  in  guerra,  e  forse  con  la  morte  in  generale,  è  molto  cambiato.
               Diversamente non poteva essere, del resto, data la grande trasformazione del Paese, delle sue istituzioni e della sua
               composizione sociale.


               Oggi la morte è quasi uscita dal discorso pubblico come da quello privato, è stata confinata in una realtà indistinta
               e lontana, circondata da una aura tragica, come un evento ingiusto e innaturale. Uscita dall’uso o quasi l’esibizione
               del lutto, considerata fino ad un cinquantennio fa una doverosa manifestazione di rispetto, attenuatasi la prospettiva
               religiosa che inseriva la morte in un contesto finalistico, scomparsa la mistica della bella morte, l’uomo contemporaneo
               è rimasto solo di fronte al grande mistero, cui reagisce allontanandolo da sé, facendolo estraneo, ignorandolo per
               quanto possibile.
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