Page 20 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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               In Italia la scelta fu duplice. Le spoglie dei Caduti furono raccolte nei grandi cimiteri monumentali eretti nei pressi
               dei maggiori luoghi di combattimento. Caratterizzati da grande nitore di linee e da una architettura che ne accentuava
               l’isolamento dal territorio circostante, essi erano collocati come in una astratta dimensione fra terra e cielo, fra morte
               e vita, e rimangono ancora adesso fra le testimonianze tangibili più potenti della Grande Guerra.


               La memoria dei Caduti si costruiva però anche a livello locale, appagando il bisogno di ogni singola comunità di
               ricordare i propri morti. Ai Sacrari si aggiunsero così nelle piazze di tutte le città italiane i monumenti e le lapidi ai
               Caduti. Posti spesso al centro del paese essi inserivano nella quotidianità cittadina, nel verde dei parchi comunali
               e nella vita di tutti i giorni, la memoria dei parenti e degli amici morti in guerra, e presiedevano ai riti civili che la
               cittadinanza vi teneva.


               La loro edificazione rientrò nel grande tentativo di normalizzare e istituzionalizzare il lutto nazionale, di dare ad esso
               forma compiuta inserendolo nelle grandi liturgie civili di cui lo stato moderno viveva e si legittimava.


               I cimiteri monumentali, dal canto loro, avevano anche un altro scopo, chiaramente espresso anche se non completamente
               ammesso: riconciliare la fede religiosa popolare con le istituzioni dello Stato, soprattutto militari, che con essa non
               avevano buoni rapporti. Nel culto dei morti, “Caduti” nel linguaggio militare, entrambe le realtà, religiosa e civile, si
               trovavano concordi. In essi era venerato il sacrificio e attraverso di questo si riaffermava il senso del sacro, al quale lo
               Stato non intendeva rinunciare ma del quale la religione restava la principale depositaria. Da questo tacito patto derivò
               il nome stesso di “sacrari”, di derivazione religiosa ma che non appartiene a nessuna liturgia, nei quali gli elementi
               architettonici parlano un linguaggio austero, spesso militaresco, solenne anche se non privo di una sua misura, ma
               dove il simbolo della Croce è onnipresente.


               Si pensò, con una certa dose di ingenua illusione, che così anche il Paese avrebbe potuto ricompattarsi, ritrovare una
               sua unità attorno alla memoria dei soldati morti in guerra.


               In Italia il culmine di questa speranza fu la grande cerimonia del Soldato Ignoto: la sua scelta ad Aquileia, la traslazione
               a Roma, i funerali solenni e la tumulazione nel Vittoriano il 4 novembre 1921. Il risultato fu, però, diverso da quello che
               il Governo aveva sperato. Il Paese si unificò effettivamente nell’omaggio alla salma del Caduto senza nome, ma proprio le
               dimensioni enormi del lutto nazionale sancirono una cesura netta con l’epoca precedente che la guerra aveva travolto.


               Svolte in un silenzio carico di emozione, le esequie al Soldato Ignoto furono anche quelle allo stato liberale e a tutto
               un mondo che dal Risorgimento in poi aveva dominato la scena pubblica italiana.


               Nasceva  una  nuova  Italia  in  quei  giorni,  verso  la  quale  la  grande  cerimonia  canalizzò  gran  parte  della  propria
               suggestione. Una Italia più cupa e più divisa, stufa di lotte e di fazioni ma assuefatta alla violenza, stanca di morte
               ma incerta sul corso da dare all’esistenza che le si apriva davanti ora che, finito il dopoguerra, la società, lo Stato e il
               mondo intero dovevano ritrovare un assetto.
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