Page 20 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
P. 20
16 Cittadini e Soldati - i SaCrari Militari italiani all’eStero
In Italia la scelta fu duplice. Le spoglie dei Caduti furono raccolte nei grandi cimiteri monumentali eretti nei pressi
dei maggiori luoghi di combattimento. Caratterizzati da grande nitore di linee e da una architettura che ne accentuava
l’isolamento dal territorio circostante, essi erano collocati come in una astratta dimensione fra terra e cielo, fra morte
e vita, e rimangono ancora adesso fra le testimonianze tangibili più potenti della Grande Guerra.
La memoria dei Caduti si costruiva però anche a livello locale, appagando il bisogno di ogni singola comunità di
ricordare i propri morti. Ai Sacrari si aggiunsero così nelle piazze di tutte le città italiane i monumenti e le lapidi ai
Caduti. Posti spesso al centro del paese essi inserivano nella quotidianità cittadina, nel verde dei parchi comunali
e nella vita di tutti i giorni, la memoria dei parenti e degli amici morti in guerra, e presiedevano ai riti civili che la
cittadinanza vi teneva.
La loro edificazione rientrò nel grande tentativo di normalizzare e istituzionalizzare il lutto nazionale, di dare ad esso
forma compiuta inserendolo nelle grandi liturgie civili di cui lo stato moderno viveva e si legittimava.
I cimiteri monumentali, dal canto loro, avevano anche un altro scopo, chiaramente espresso anche se non completamente
ammesso: riconciliare la fede religiosa popolare con le istituzioni dello Stato, soprattutto militari, che con essa non
avevano buoni rapporti. Nel culto dei morti, “Caduti” nel linguaggio militare, entrambe le realtà, religiosa e civile, si
trovavano concordi. In essi era venerato il sacrificio e attraverso di questo si riaffermava il senso del sacro, al quale lo
Stato non intendeva rinunciare ma del quale la religione restava la principale depositaria. Da questo tacito patto derivò
il nome stesso di “sacrari”, di derivazione religiosa ma che non appartiene a nessuna liturgia, nei quali gli elementi
architettonici parlano un linguaggio austero, spesso militaresco, solenne anche se non privo di una sua misura, ma
dove il simbolo della Croce è onnipresente.
Si pensò, con una certa dose di ingenua illusione, che così anche il Paese avrebbe potuto ricompattarsi, ritrovare una
sua unità attorno alla memoria dei soldati morti in guerra.
In Italia il culmine di questa speranza fu la grande cerimonia del Soldato Ignoto: la sua scelta ad Aquileia, la traslazione
a Roma, i funerali solenni e la tumulazione nel Vittoriano il 4 novembre 1921. Il risultato fu, però, diverso da quello che
il Governo aveva sperato. Il Paese si unificò effettivamente nell’omaggio alla salma del Caduto senza nome, ma proprio le
dimensioni enormi del lutto nazionale sancirono una cesura netta con l’epoca precedente che la guerra aveva travolto.
Svolte in un silenzio carico di emozione, le esequie al Soldato Ignoto furono anche quelle allo stato liberale e a tutto
un mondo che dal Risorgimento in poi aveva dominato la scena pubblica italiana.
Nasceva una nuova Italia in quei giorni, verso la quale la grande cerimonia canalizzò gran parte della propria
suggestione. Una Italia più cupa e più divisa, stufa di lotte e di fazioni ma assuefatta alla violenza, stanca di morte
ma incerta sul corso da dare all’esistenza che le si apriva davanti ora che, finito il dopoguerra, la società, lo Stato e il
mondo intero dovevano ritrovare un assetto.

