Page 18 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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14 Cittadini e Soldati - i SaCrari Militari italiani all’eStero
Il mondo era entrato in guerra nel 1914 convinto di un conflitto breve, magari sanguinoso e brutale ma risolutivo dei
nodi in cui la società e la diplomazia si erano aggrovigliate nei decenni precedenti.
C’era persino chi aveva sperato che quella fosse la “guerra che metteva fine a tutte le guerre” e che grazie al progresso
scientifico si sarebbe tramutato in una continua marcia verso un domani migliore.
La delusione dovette essere quindi terribile quando, anno dopo anno, milioni di morti si accumulavano, enormi
ricchezze andavano perdute e nulla o quasi, di quanto si era sperato di ottenere, si realizzava. Basti pensare a questo
riguardo che nel 1918 nella sola fascia di età fra i 20 e i 30 anni 22.800.000 individui dei diversi paesi belligeranti
risultavano uccisi, feriti o erano dispersi. Ancor più spaventoso era il dato relativo ai Caduti più giovani: quelli in età
inferiore ai 20 anni erano quasi 5 milioni.
A questi numeri bisognò aggiungere poi le vittime della epidemia di “febbre spagnola”, che colpì particolarmente i
giovani e che causò in tutto il mondo decine di milioni di vittime.
La morte, dunque, in pochi anni aveva cessato di essere un fatto privato e individuale per diventare una realtà di massa,
un aspetto che toccava tutta la società in modo trasversale alle classi, e proiettava la propria ombra su un mondo
postbellico impoverito e turbolento.
Se per i paesi sconfitti la fine della guerra fu un terremoto destinato a travolgere per sempre gli assetti vecchi di secoli,
anche per i vincitori non fu facile riconciliarsi con la realtà. La Francia, che aveva pagato con 1.200.000 morti la vittoria si
chiedeva se essa era davvero un premio adeguato ad un simile tributo di vite, e si dette la risposta di lì a poco rinchiudendosi
dentro una cintura di acciaio e di cemento, la Linea Maginot, monumento alla sfiducia prima, all’inutilità poi.
Alla vigilia del 14 luglio 1919, giorno della grande sfilata della vittoria, i francesi vegliarono un cenotafio monumentale,
sepolcro senza resti mortali, simbolo dell’assenza lasciata dai tanti scomparsi.
Non troppo diversamente visse la vittoria la Gran Bretagna, che dopo aver sfiorato la rivoluzione sociale nel 1920
dovette persino cedere una parte del proprio territorio nazionale alla neonata Repubblica d’Irlanda. La società degli
Stati Uniti, veri vincitori del conflitto, uscì talmente disgustata dalla prova da ritirarsi per i venti anni seguenti in uno
sdegnoso isolamento che avrebbe avuto termine, e forzatamente, solo nel 1941.
Quanto all’Italia, le sue tribolazioni erano persino più gravi. Entrata nel conflitto divisa al proprio interno nel
maggio 1915, aveva combattuto una guerra difficile e sanguinosa, per vincere la quale aveva dovuto promettere ai
propri soldati, in massima parte contadini, un avvenire migliore fatto di riforma agraria, giustizia sociale e prestigio
internazionale.
Queste promesse erano state scandite per quarantuno mesi, un periodo lunghissimo che aveva rappresentato per la
giovane nazione uno sforzo fatale per i suoi fragili equilibri. Essa superò la prova, ma a prezzo di una tensione e di un

