Page 159 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA 157
brigata Rodriguez: 1 reggimento di linea, 2 compagnie artiglieria.
Divisione suppletiva, maresciallo di campo Clary.
Totale generale delle forze: 21.000 uomini con 64 pezzi.
La marina era numerosa e ben armata. Ma degli ufficiali i giovani erano
tutti dediti alle idee liberali, i vecchi inetti e con poco seguito. Poco o nulla
si faceva per cementare lo spirito d’ordine e di disciplina, e per aumentare l’i-
struzione professionale. Tuttavia rappresentava un ostacolo serio e temibile
per l’Armata sarda; gravissimo per chi, come Garibaldi, si avventurava con
due sole navi da Quarto a Marsala.
Era così composta: legni a vapore: 11 fregate, 5 corvette, 6 brigantini; le-
gni a vela: 2 vascelli con 84 cannoni, 2 fregate con 60 cannoni, 3 con 44, 1
corvetta con 44 cannoni, 2 brigantini con 18 cannoni. Più una sessantina di
navi di varia specie.
La polizia, sulla quale la monarchia faceva assegnamento, era in gran par-
te costituita dalla feccia della popolazione e perciò prepotente, brutale e al
tempo stesso vile.
Era così odiata che ancora dopo settant’anni i vecchi in Sicilia ricordano
gli sbirri e i taschittara (spie o confidenti che dir si voglia).
Ne era a capo il Maniscalco, il cui nome è ancora ben noto ai Siciliani. Per
quanto odiatissimo, è giusto il giudizio che ne da il De Cesare: «Esercitò per
11 anfni il suo ufficio, senza interruzione alcuna. Fu l’unico funzionario che fe-
ce il suo dovere sino all’ultimo, chiudendosi in palazzo reale col generale Lanza
all’ingresso di Garibaldi, e solo uscendone dopo la capitolazione...
Assolutista rigoroso, devoto sinceramente ai Borboni, convinto che ogni
tentativo rivoluzionario doveva esser represso senza misericordia, e convinto
ancora che, meno pochi turbolenti, le popolazioni della Sicilia non desidera-
vano veramente che sicurezza pubblica, imposte minime, feste religiose e vi-
ta a buon mercato, egli compì il suo dovere sino all’ultimo. Il problema po-
litico non vedeva.»
Morì a Marsiglia nel maggio ‘64. Il Crispi lo definì: «Uomo d’ingegno
non comune, ma di limitata istruzione».
Queste risorse potè mettere in azione la monarchia borbonica nel gran
dramma che si svolse in Sicilia nel ‘60, e che ebbe poi la sua diretta continua-
zione nella parte continentale del reame.

