Page 161 - Il Generale Giuseppe GARIBALDI
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impag. Libro garib CISM  19-02-2008  13:12  Pagina 159








                                            LA CAMPAGNA DEL 1860 IN SICILIA               159




                      rini per dissuaderlo  all’impresa. I giornali portano la notizia che la rivoluzio-
                      ne in Sicilia è fallita; d’altra parte i 15.000 fucili frutto della sottoscrizione che
                      il Comitato del milione aveva depositato in Milano nei magazzini della caser-
                      ma di via Moscova, vengono sequestrati dal governatore d’Azeglio, che nella
                      sua esagerata rettitudine non approvava sistemi del genere. Tutto ciò impensie-
                      risce Garibaldi. Nuovo incoraggiamento gli da una lettera del Pilo al Bertani,
                      portata da un certo Raffaele Motta. Ma quando il 28 perviene un telegramma
                      di Nicola Fabrizi da Malta (che poi si disse mal decifrato): «Completo insuc-
                      cesso nelle provincie e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti dalle na-
                      vi inglesi giunti in Malta», Garibaldi risolve di ritornarsene a Caprera; resisten-
                      do alle insistenze del Bertani, e alle ire del Bixio, che minacciava di mettersi lui
                      a capo della spedizione. Ma ecco allora arrivare da Malta un telegramma prov-
                      videnziale, che si disse poi provocato dal Crispi: «La insurrezione vinta nella
                      città di Palermo, si sostiene nella provincia. Notizie raccolte da profughi giun-
                      ti in Malta su navi inglesi». Allora Garibaldi cambia di nuovo opinione.
                         «Dunque - dice il 30 aprile al La Masa a Villa Spinola - si vada anche con
                      venti individui, purché si parta subito». Solo il Sirtori avverte: «Disapprovo,
                      non credo alla riuscita».
                         Che mezzi aveva Garibaldi?
                         A mezzo del Fauché, direttore gerente della Società Rubattino, aveva otte-
                      nuto segretamente due vapori di questa. Il La Farina gli aveva mandato poco
                      più di un migliaio di fucili di tutti i modelli, alcuni anche a pietra, veri cate-
                      nacci, come li chiamò lo stesso Garibaldi. I volontari radunatisi erano 1089,
                      in maggior parte Lombardi, Liguri, Veneti, Emiliani, Toscani e quarantadue
                      Siciliani esuli, tra i quali Francesco Crispi. Erano fra loro professionisti e ar-
                      tisti d’ogni genere; uomini maturi reduci dalle carceri austriache o borboni-
                      che, o antichi combattenti d’America, Venezia, Sicilia, Roma e Lombardia, e
                      giovanissimi, ardenti di donare alla patria la loro vita fiorente; trentatre era-
                      no stranieri, dodici di ignote origini; vi era pure una donna: Rosalia Mont-
                      masson, moglie di Crispi.
                         Personale e mezzi erano veramente assai scarsi per passare il mare, sbarca-
                      re in un’isola sfuggendo a una flotta nemica, e andare a combattere 25.000
                      soldati ben armati, con potenti artiglierie e appoggiati a fortezze. Le ansie di
                      Sirtori e i dubbi di Medici non erano perciò ingiustificati. Ma se gli elemen-
                      ti materiali erano assai scarsi, quelli morali avevano una grande consistenza.
                      Garibaldi aveva con sé le benedizioni di tutta Italia. Lo attendeva con ansia
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