Page 258 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               siastica. Giuseppe Grabinski, uno degli esponenti più in vista dello schieramento cattolico liberale,
               scrivendo a Bonomelli il 20 febbraio 1894, si faceva portavoce delle perplessità dei cattolici moderati:
                     “A Bologna non ha fatto molta buona impressione la nomina dell’arcivescovo di Milano. Lo si cre-
                     de legato al partito gesuitico e impari alla grave missione che dovrà compiere (…) Oggi non basta
                     essere buoni e fedeli al Papa per fare il bene in una diocesi. Ci vuole tatto e ingegno o almeno una
                     di queste due qualità. A Milano si doveva mandare o un prelato di grande famiglia, che sapesse il
                     conto suo convenientemente ed avesse gran tatto e uso di mondo per esercitare influenza sulle classi
                     dirigenti (…) Invece si è nominato un ottimo parroco di campagna, che ha poco uso di mondo, che è
                     di mediocre ingegno e cultura. Si dice che il Ferrari è pieno di abnegazione, che predica, e confessa
                     continuamente, ecc., ecc. Va benissimo per un buon parroco, ma per un arcivescovo di Milano ci
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                     vuol altro.”
                  Si apriva così intorno alla nomina del nuovo arcivescovo una delicata congiuntura per i moderati cui
               prese parte anche il conte di Revel. Solo due giorni dopo la lettera di Grabinski a Bonomelli, probabil-
               mente pungolato dallo stesso arcivescovo di Cremona, allarmato che la forte opposizione da parte dei
               moderati spingesse il cardinal Ferrari su posizioni radicali, scrisse al ministro della Giustizia Vincenzo
               Calenda di Taviani sollecitando il governo a concedere l’exequatur, una mossa che avrebbe rafforzato
               la posizione del prelato.

                     “Mi posso considerare come milanese; oso quindi portar a conoscenza di V.E. l’opinione di molti
                     milanesi riguardo al nuovo arcivescovo. Gl’intransigenti neri e rossi cercano di farlo credere intran-
                     sigente, onde il governo non gli dia l’exequatur, ed esacerbare sempre più il dissidio religioso. Anzi
                     tutto dirò che D. Albertario, il portastendardo dell’intransigentismo, oppugnò grandemente quella
                     scelta. Noi, cattolici italiani che diamo Deo quod Dei, Cesari quod Cesaris, lo desideriamo, perché
                     sappiamo ch’egli si mostrò sempre conciliante con le autorità di Como; ed il governo deve saperlo
                     (…) Il nuovo arcivescovo vorrà che il clero si occupi esclusivamente della Chiesa, e non di politica.
                     Tale ei fu a Como, ove mi risulta che, richiesto da una persona se potesse andare a portare un voto
                     politico, rispose: fate quello che vi detta coscienza. Desiderando vivamente che non si rinnovi il
                     fatto di Ballerini , e più ancora che la religione si concordi con il governo, mi permisi di esporre a
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                     V. E. queste considerazioni in appoggio a che si conceda l’exequatur al nuovo arcivescovo. Sarà un
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                     guadagno pella diocesi e pel governo, oso dirlo coscienziosamente. ”
                  Il 12 marzo, il generale, preoccupato per l’indecisione del governo su una questione così delicata che
               rischiava di radicalizzare il contrasto religioso, si rivolse direttamente al presidente del Consiglio Crispi,


               32  Giuseppe Grabinski (1846 – 1910) Nipote del celebre generale polacco Giuseppe Grabinski, uno dei protagonisti dell’insurrezione
                   per l’indipendenza del suo paese guidata da Tadeusz Kosciuszko, aveva completato la sua educazione, pur non essendo destinato al
                   sacerdozio, nel seminario di Orleans diretto dal vescovo Félix Dupanloup, uno dei principali esponenti dei cattolici moderati che si
                   opposero al dogma dell’infallibilità del papa. Tornato a Bologna, dove la famiglia possedeva vaste proprietà, Grabinski fu uno dei più
                   attivi collaboratori della Rassegna Nazionale, in particolare dopo l’aspra polemica da lui sostenuta contro gli intransigenti lombardi
                   dell’Osservatore Cattolico. Grazie alla sua frequentazione dell’intellettualità francese Grabinski rimase in contatto con gli ambienti
                   politici e culturali d’oltralpe, collaborando tra l’altro alla prestigiosa rivista Le Correspondant, che aveva per motto Liberté civile et
                   religieuse par tout l’univers.
               33  BAM, Archivio Bonomelli, cit., cart. 12, lett. 26 bis. Bologna, 20 febbraio 1894. La lettera è citata in Fausto Fonzi, Crispi e lo “Stato
                   di Milano”, cit., p. 82.
               34  Paolo Angelo Ballerini (Milano 1814 – Seregno 1897) Alla morte dell’arcivescovo Romilli, Paolo Angelo Ballerini, già dal 1849
                   temporalista e quindi anti-piemontese, fu indicato dal governo austriaco alla Santa Sede come primo di una terna di nomi per la suc-
                   cessione il 4 giugno 1859 (lo stesso giorno della battaglia di Magenta). Il 25 giugno 1859 Pio IX lo scelse come arcivescovo di Mila-
                   no. Nel frattempo, però, Milano era stata liberata: gli austriaci erano usciti dalla città il 5 giugno e il 24 giugno erano stati sconfitti a
                   Solferino. La popolazione milanese quindi, che aveva visto la nomina del Ballerini come un ultimo sopruso austriaco, impedì allora il
                   rientro del neoeletto arcivescovo in città. Tra il Regno di Sardegna, che da lì a poco diventerà il Regno d’Italia, e la Santa Sede, il caso
                   Ballerini diventò uno dei maggiori motivi di conflitto. La questione si trascinò per anni fino a quando l’arcivescovo Ballerini rinunciò
                   all’arcidiocesi ed il 27 marzo 1867 venne no minato al suo posto Luigi Nazari di Calbiana.
               35  Fausto Fonzi, Crispi e lo “Stato di Milano”, cit., p. 85.
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