Page 261 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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L’uLtima stagione 1868 -1910                                    261




                        battenti era svolta solo dai volontari dell’ordine dei frati minori dei Cappuccini. Scrisse su questo argo-
                        mento un articolo per la Rassegna Nazionale dove ne rivendicava l’importanza dell’assistenza religiosa
                        per l’equilibrio morale dei combattenti:
                             “Nel militare poi vediamo quanto egli inclini all’osservanza religiosa. Chiunque ha fatto la guer-
                             ra, avrà provato per conto suo, ed avrà constatato negli altri, quanto il sentimento religioso possa
                             aumentare quella forza d’animo che esclude il timore della morte, e dà la calma per ben compiere
                             il proprio dovere. Nell’ambiente antireligioso creato da fatale dissidio, per secondare un falso libe-
                             ralismo patrio, si volle sopprimere i cappellani militari, e fu male. Rinfranca l’animo del militare
                             il sapere che, in caso di infortunio, sarà assistito da un sacerdote. Vi saranno alcune eccezioni, ma
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                             poche. La massa è religiosa.”
                           Considerazioni dettate dall’esperienza maturata sui campi di battaglia e dalla sua lunga vita trascorsa
                        nell’esercito, dove, accanto ai progressi nella tecnica militare quali l’introduzione del telegrafo, le armi
                        a retrocarica, la componente più importante e decisiva, quella dell’uomo soldato non era cambiata nei
                        sentimenti. Erano in ogni modo in quegli anni le vicende africane a monopolizzare l’attenzione dell’opi-
                        nione pubblica: l’Eritrea, la condotta della guerra, la politica estera dell’Italia che proprio in quel periodo
                        si affacciava sul proscenio del colonialismo insieme alle altre potenze europee e agli Stati Uniti da anni
                        impegnati, sia pur con evidenti differenze, nella contesa delle sterminate distese del West con i nativi
                        americani.
                           Il conte di Revel scrisse un lungo articolo in proposito per la Rassegna Nazionale pubblicato nell’a-
                        prile 1895, quando la sorte sembrava favorevole alle armi italiane, dopo che Baratieri aveva sconfitto ras
                        Mangascià nella battaglie di Coatit e Senafè. Si augurava che la colonia si consolidasse, ma anche che la
                        presenza dell’Italia in Africa si limitasse solo alla regione eritrea e non si guardasse oltre, magari all’E-
                        tiopia. Elogiava le scelte coraggiose di Baratieri che, superando regolamenti e vincoli amministrativi,
                        aveva concesso alle truppe di colore di tenere vicino le mogli e i figli.
                             “Baratieri invece seppe apprezzare l’utilità di questa convenienza. L’indigeno che sta colla famiglia
                             è più tranquillo, può pensare al lavoro e non va in giro. Quando poi si suona all’armi, e che i soldati
                             devono marciare, le donne seguono in coda delle colonne e preparano nelle fermate il rancio ai ma-
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                             riti, mentre i figli vanno alla raccolta dell’acqua e della legna.”
                           Non si limitava solo all’aspetto strategico, ma dimostrava di aver ben presente anche i problemi di
                        un insediamento permanente italiano che comportava la costruzione di infrastrutture (collegamenti fer-
                        roviari, fortificazione dei punti strategici, approntamento di una rete stradale) per garantire la viabilità e
                        facilitare la colonizzazione, per la quale bisognava seguire l’esempio americano:
                             “Vi sono vasti terreni appartenenti al demanio. Si dividano in lotti, e si diano in proprietà a coloro
                             che arrivano primi a chiederli sempreché presentino attrezzi per lavorare, e braccia per adoperarli.
                             Questi terreni, attualmente nulla valgono. Quando siano coltivati, e sottoposti dopo certo numero
                             d’anni ad imposte, daranno un forte provento all’erario coloniale. Quest’individui che si presentano
                             per avere terreni, se sono già nella Eritrea, nulla a dire, ma se in Italia, si esaminino nel porto di par-
                             tenza, e se presentano garanzie di lavoro, si faciliti loro la spesa del viaggio (...) Solo col commercio,
                             e con la coltivazione tale da produrre esportazione, quella colonia riuscirà non più d’aggravio, ma
                             di vantaggio all’Italia, sarà così, se una malsana e bassa invidia non ne contrasterà l’andamento.”
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                        43  Genova Thaon di Revel, La legione Tebea, in «La Rassegna Nazionale», cit., fasc. 16 febbraio 1895, pag. 680.
                        44  Genova Thaon di Revel, Alcune considerazioni sull’Eritrea, in «La Rassegna Nazionale», cit., 1 aprile 1895, p. 453.
                        45  Ivi, pp. 456 - 459. Il di Revel riprendeva in queste considerazioni quanto espresso da Leopoldo Franchetti, consigliere governativo per
                           l’agricoltura e il commercio dal 1890 per l’Eritrea, attento osservatore e studioso dell’emigrazione nella colonia italiana, in un’ampia
                           relazione presentata alla Camera dei Deputati il 24 aprile 1894, di cui era evidentemente a conoscenza, sull’assegnazione delle terre
                           ai coloni e sulle norme contrattuali che dovevano presiedere alla vita delle comunità agricole. Gratuita infatti, secondo il Franchetti,
                           doveva essere la concessione della terra, ma in misura limitata alla capacità di una famiglia media di contadini, più o meno venti ettari,
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