Page 265 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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L’uLtima stagione 1868 -1910                                    265




                        scelte arrischiate pur di ottenere un successo che lo confermasse comandante superiore delle forze in
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                           Il vecchio generale si dimostrava ancora una volta acuto osservatore degli uomini; con Baratieri ebbe
                        probabilmente pochi contatti personali diretti,  ma intuiva dietro la mossa azzardata dell’antico garibal-
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                        dino, la pressione esercitata dagli ufficiali generali a lui più vicini: Arimondi, Dabormida, Albertone ed
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                           In una lettera a Bonomelli precisava ancor meglio le responsabilità della disfatta e accennava allo
                        storico telegramma inviato da Crispi a Baratieri il 25 febbraio 1896, una dichiarazione di totale sfiducia,
                        che secondo i difensori del generale (e il di Revel si può annoverare tra questi), contribuì in modo deci-
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                        sivo a spingerlo alla battaglia:
                             “Un presuntuoso ed ignorante ministero spinse le cose alla peggio. Si mandarono molte migliaia
                             d’uomini nell’Eritrea, ma così male ordinati e provvisti, che divennero più peso che soccorso a
                             Baratieri. Senza quel cumulo tumultuoso di volontari, Baratieri avrebbe probabilmente pensato a
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                             concentrarsi od almeno a tenersi in Adigrat.  Ma coi telegrammi governativi, e con tante migliaia di
                             truppa, e più ancora col sapere che avrebbe dovuto cedere il comando ad una altro, egli non ebbe la
                             forza di reagire contro se stesso. Temette il biasimo ed incontrò peggio ancora. Come scrissi nell’e-
                             sercito, mesi addietro, mandare un generale a rimpiazzare Baratieri, era evidentemente spinger
                             questi a un colpo di testa, prima che arrivi il surrogante. Sentivo quanto era difficile, se non impos-
                             sibile, resistere a tale determinazione estrema. Gli si doveva ordinare di cedere subito il comando ad
                             Arimondi. Ma credere che Baldissera potesse giungere ad Adigrat senza che Baratieri lo sapesse,
                             era un vero segreto di Pulcinella.” 56
                           Non era certo il solo a porre sotto accusa il governo: Milano, ormai la “sua città”, fu l’epicentro del
                        movimento nazionale che invocava le dimissioni del governo Crispi e il ritiro delle truppe dall’Eritrea.
                        Lo stesso sindaco, Giuseppe Vigoni, esponente moderato, senatore della Destra storica, pubblicava il 4
                        marzo, due giorni dopo che si era diffusa in città la notizia della sconfitta di Abba Garima, un manifesto,
                        a nome della Giunta municipale, che «sicura di rispondere al voto di tutti voi, di voi cui sanguina il cuore
                        nel vedere inutilmente sprecata tanta attività e tante vite», chiedeva la fine della politica coloniale.
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                           Genova comunque non perdette la sua positiva visione sul futuro dell’Italia: di fronte a una crisi
                        tanto grave che parve lacerare il paese, a vere e proprie giornate insurrezionali, alla proclamazione del
                        lutto nazionale, alle accuse di viltà scagliate contro i militari italiani in Africa, ritrovava pur sempre la
                        speranza di un avvenire migliore, volgendo lo sguardo al passato della storia nazionale. Ricordava in
                        particolare l’episodio dei moti piemontesi del 1821che aveva visto il padre tra i protagonisti “benevoli”
                        della repressione. Anche in quelle circostanze il presente appariva “funesto” per il Regno di Sardegna,
                        come ricordava in una lettera a Bonomelli. Invece proprio da quei fermenti ideali e dalle contrapposizio-



                        53  In una lettera a Bonomelli dell’anno prima, Revel affermava «Baratieri scrivendomi e parlando a Roma, mi conferma pure nella mia
                           consentanea opinione sul governo dell’Eritrea». Cfr. BAM, cit., cart. 13, lett. 150, Appiano Gentile, 13 agosto 1895.
                        54  «Codesta  è  una  tisi  militare,  non  una  guerra;  piccole  scaramucce  nelle  quali  ci  troviamo  sempre  inferiori  di  numero  dinanzi  al
                           nemico; sciupio di eroismo senza successo. Non ho consigli da dare perché non sono sul luogo, ma constato che la campagna è senza
                           preconcetto e vorrei fosse stabilito. Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l’onore dell’esercito e il prestigio della monarchia».
                           Cfr. Roberto Battaglia, La prima guerra d’Africa, cit., p. 720.
                        55  Il di Revel aveva colto perfettamente le perplessità di Baratieri nel riprendere l’iniziativa militare e  le difficoltà che incontrava per
                           l’invio da parte del governo di nuove truppe (due brigate); in un telegramma inviato a Crispi ai primi di febbraio il governatore dell’E-
                           ritrea così descriveva la situazione: «Se rivolta Agamè prendesse proporzioni allarmanti, se accennasse estendersi all’Oculè Cusai,
                           o se accedessero altri fatti che rendessero pericoloso qui rimanere più a lungo, mi dovrei risolvere per posizione più arretrata verso
                           Adi Cajè, dove farei radunata ancora ultimi rinforzi in viaggio. Con questi credo raggiunti estremi limiti forza mobilitata del corpo di
                           operazione per già accennate difficoltà logistiche e natura terreno». Cfr. Roberto Battaglia, La prima guerra d’Africa, cit., p. 719.
                        56  BAM, Archivio Bonomelli, cit., cart. 14, lett. 62, Milano, 31 marzo 1896.
                        57  Fausto Fonzi, Crispi e lo “Stato di Milano”, cit., p. 520.
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