Page 357 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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IL  MANDATO  INTERNAZIONALE  E  LE  OCCUPAZIONI  ADRIATICHE  (191H- I 920)   347

               Dal  canto loro gli  italiani  stavano accelerando i tempi di  quelle che conside-
           ravano  legittime  prese  di  possesso  territoriali,  applicando  su  ampia  scala  la  ben
           nota prassi  del  fatto  compiuto.  Il  3  novembre  1918  l'ammiraglio Thaon di  Revel
           chiese  a  Diaz  una  forza  di  almeno  6.000  uomini  da  concentrare  in  Ancona  per
           poter scaglionare truppe lungo la costa dalmata. Obiettivo era l'occupazione di Zara
           e  Sebenico  con  le  isole  antistanti,  mentre  a  nord  si  inviavano  navi  e  truppe  a
           Monfalcone, Trieste  e  nei  sorgitori  dell'Istria.  Va  notato che  l'arrivo degli  italiani
           era accolto con entusiasmo dalle popolazioni soltanto nei centri in cui effettivamente
           l'elemento italiano era assolutamente prevalente (come a Trieste e Monfalcone, nel
           centro urbano di  Zara e in  poche altre  località).
               Le mosse italiane accentuarono le diffidenze e le aperte ostilità dell'etnia slava,
           e di  ciò  profittarono gli  Alleati  per  intralciare  in  ogni  modo  i disegni  dell'Italia.
           Da parte sua il binomio Orlando-Sonnino dimostrò tutta la sua incapacità diplomatica,
           arroccandosi sulle promesse del  Patto di  Londra nonostante fosse  ormai evidente
           l'impossibilità  di  ottenerne  il  soddisfacimento  integrale  (per  la  nostra  debolezza
           di  fondo  e  per  i grossi  mutamenti  avvenuti  nella  situazione  internazionale).  La
           situazione politica interna, via  via  pitl  precaria,  impedì al  governo di  prendere le
           distanze dai nazionalisti ormai scatenati, che godevano di larghi appoggi nelle Forze
           Armate.  Si  giunse  così  a  una  posizione  paradossale  e  insostenibile:  da  un  lato  si
           reclamava a gran voce  l'esecuzione integrale del  Patto di  Londra, ma  dall'altro si
           introducevano pretese territoriali che quel Patto escludeva (ma che ora i nazionalisti
           chiedevano con forza).
               Così gli Alleati dovettero constatare che l'Italia, mentre continuava a pretendere
           Spalato (dove l'ostilità della popolazione slava era crescente e violenta), cominciava
           a chiedere Fiume, che  il  Patto aveva destinato all'Ungheria come unico sbocco al
           mare, o eventualmente alla Croazia se  avesse ottenuto l'indipendenza. Il  fatto che
           la  popolazione  di  quella città  fosse  in  larga  parte  italiana  non  era  sembrato,  nel
           1915, sufficiente a richiederne l'annessione; ora la richiesta era destinata a incontrare
           infinite resistenze. Anche il destino dell'Albania finì per restare avvolto dalle nebbie
           dell'incertezza:  a Londra si  erano assegnate all'Italia Valona e l'isoletta di Sàseno,
           mentre  il  resto  del  paese  avrebbe  costituito  uno  stato  albanese  musulmano,
           oppure sarebbe stato spartito fra gli  stati confinanti.  Ora la  posizione italiana era
           chiara circa l'annessione di Valona e Sàseno, mentre appariva più fumata sul resto.
           Roma  avrebbe  voluto  la  costituzione  di  uno  stato  albanese  sotto  la  protezione
           italiana, e per questo non richiese esplicitamente l'applicazione del Patto di Londra
           (mostrando ancora una volta scopertamente la propria incoerenza). Dal canto loro
           gli albanesi avrebbero presto dimostrato la loro insofferenza per qualsiasi predominio
           straniero. Gli italiani avevano costituito un governo provvisorio a Durazzo, suscitando
           l'opposizione  dei  greci  appoggiati  dai  francoinglesi,  che  vedevano  anche  con
           favore  le  pretese greche sull'Egeo e sulla stessa Albania.
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