Page 356 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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346 RICCARDO NASSIGH
Non è certo nuovo il concetto che la strategia debba accordarsi col realismo.
Ma il nostro paese, indipendente da poco più di cinquant'anni e tuttora fragile
dal punto di vista economico, sociale e politico, aveva in realtà sempre perseguito
una politica estera poco realistica e una strategia parimenti superiore alle concrete
possibilità militari. Nel caso specifico l'Italia non sarebbe mai stata in grado di
gestire le enormi difficoltà di un'occupazione territoriale come quelle cui aspirava,
avendo contro tutte le grandi potenze e, in pratica, tutte le popolazioni interessate.
D'altra parte un ragionevole controllo dell'Adriatico sarebbe stato conseguibile
con uno sforzo assai minore e decisamente più proporzionato alle nostre possibilità.
r.:aveva chiaramente visto, fin dal novembre 1914, durante le trattative segrete
con l'Intesa, l'allora Ministro della Marina ammiraglio Viale, che - su richiesta
del Ministero degli Affari Esteri - aveva redatto un lucido memoriale nel quale
consigliava di limitare le richieste al possesso di poche isole dalmate, incluse le
Curzolari, evitando di annettere territori che avrebbero provocato una permanente
ostilità degli slavi e assorbito enormi spese, oltre che uno spiegamento insoste-
nibile di forze militari(2). Le pressioni dei nazionalisti e la miopia politica (oltre
che strategica) dei governi Salandra e Orlando avevano invece condotto l'Italia
al cunicolo senza uscita del quale si è detto.
Le occupazioni e lo scontro con gli Alleati e con gli slavi
Il Consiglio Supremo Interalleato, cui competevano le decisioni nella fluida
situazione creatasi a fine guerra, intervenne più volte nel tentativo di dare un
minimo di stabilità politica, sia pure in via provvisoria, e di controllare le iniziative
militari (soprattutto italiane). Già nell'ottobre 1918 fu tentata una demarcazione
provvisoria delle zone di occupazione in Albania, fissando al fiume Mati il limite
settentrionale della zona italiana, oltre il quale si sarebbe dovuta stabilire una
forza interalleata sotto comando superiore francese. Fu anche stabilito che il
Comando Supremo italiano e la Regia Marina avrebbero comunque agito, dovunque
eseguissero occupazioni, in qualità di mandatari del Consiglio Interalleato: decisione
intesa evidentemente a togliere agli italiani qualsiasi legittimazione ad agire in
nome proprio indipendentemente dalla volontà degli Alleati.
Nel tentativo di limitare gli inevitabili attriti con gli slavi fu sancita l'esclusione
dell'Esercito serbo dalle zone di occupazione, ma non si volle tener conto che
anche fra le truppe alleate operavano reparti serbi, col risultato - scontato - di
favorire rapporti rischiosi tra le popolazioni locali e i militari serbi.
In effetti, oltre al ricordato "Consiglio nazionale dei Serbo-Croati-Sloveni"
insediatosi a Zagabria col consenso degli austriaci, si stavano frattanto costituendo
in Dalmazia diversi comitati nazionale e regionali, che di fatto assumevano i
poteri già appartenuti all'Impero. A Cattaro i serbi avevano creato una sorta di
governo provvisorio. Tutto ciò era del resto il coerente sviluppo della politica
filoslava condotta durante il conflitto dall'Intesa, alla quale si ricollegava la promessa
di costituire un regno slavo nei territori già appartenenti alla Duplice Monarchia.

