Page 356 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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                 Non è certo nuovo il concetto che la strategia debba accordarsi col realismo.
            Ma il  nostro  paese,  indipendente da  poco  più  di  cinquant'anni e  tuttora  fragile
            dal punto di vista economico, sociale e politico, aveva in realtà sempre perseguito
            una politica estera poco realistica e una strategia parimenti superiore alle concrete
            possibilità  militari.  Nel  caso  specifico  l'Italia  non  sarebbe  mai  stata  in  grado  di
            gestire le enormi difficoltà di un'occupazione territoriale come quelle cui aspirava,
            avendo contro tutte le grandi potenze e, in pratica, tutte le popolazioni interessate.
                 D'altra parte un ragionevole controllo dell'Adriatico sarebbe stato conseguibile
            con uno sforzo assai minore e decisamente più proporzionato alle nostre possibilità.
            r.:aveva  chiaramente visto,  fin  dal  novembre  1914, durante le  trattative  segrete
            con l'Intesa,  l'allora Ministro della  Marina ammiraglio Viale,  che - su  richiesta
            del  Ministero degli Affari  Esteri - aveva  redatto un lucido memoriale  nel quale
            consigliava di  limitare le  richieste  al  possesso  di  poche isole  dalmate,  incluse  le
            Curzolari, evitando di annettere territori che avrebbero provocato una permanente
            ostilità degli  slavi  e  assorbito  enormi spese,  oltre che  uno spiegamento insoste-
            nibile  di forze  militari(2).  Le  pressioni  dei  nazionalisti e  la  miopia politica (oltre
            che strategica)  dei governi Salandra e  Orlando avevano  invece  condotto l'Italia
            al  cunicolo senza uscita del  quale si  è  detto.


            Le occupazioni e lo scontro con gli  Alleati e con gli  slavi

                 Il  Consiglio Supremo Interalleato, cui  competevano le  decisioni  nella fluida
            situazione  creatasi  a  fine  guerra,  intervenne  più  volte  nel  tentativo  di  dare  un
            minimo di stabilità politica, sia pure in via provvisoria, e di controllare le iniziative
            militari  (soprattutto italiane). Già nell'ottobre  1918 fu  tentata una demarcazione
            provvisoria delle zone di occupazione in Albania,  fissando al fiume  Mati il  limite
            settentrionale  della  zona  italiana,  oltre  il  quale  si  sarebbe  dovuta  stabilire  una
            forza  interalleata  sotto  comando  superiore  francese.  Fu  anche  stabilito  che  il
            Comando Supremo italiano e la Regia Marina avrebbero comunque agito, dovunque
            eseguissero occupazioni, in qualità di mandatari del Consiglio Interalleato: decisione
            intesa  evidentemente  a  togliere  agli  italiani  qualsiasi  legittimazione  ad  agire  in
            nome proprio indipendentemente dalla volontà degli Alleati.
                 Nel tentativo di limitare gli inevitabili attriti con gli slavi fu sancita l'esclusione
            dell'Esercito  serbo  dalle  zone  di  occupazione,  ma  non  si  volle  tener  conto  che
            anche  fra  le  truppe  alleate  operavano  reparti  serbi,  col  risultato - scontato - di
            favorire  rapporti rischiosi tra le  popolazioni locali e  i militari serbi.
                 In effetti,  oltre  al  ricordato "Consiglio  nazionale  dei  Serbo-Croati-Sloveni"
            insediatosi a Zagabria col consenso degli austriaci, si stavano frattanto costituendo
            in  Dalmazia  diversi  comitati  nazionale  e  regionali,  che  di  fatto  assumevano  i
            poteri  già  appartenuti  all'Impero.  A Cattaro i serbi  avevano  creato una sorta di
            governo  provvisorio.  Tutto  ciò  era  del  resto  il  coerente  sviluppo  della  politica
            filoslava condotta durante il conflitto dall'Intesa, alla quale si ricollegava la promessa
            di costituire un regno slavo nei territori già appartenenti alla Duplice Monarchia.
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