Page 361 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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IL  MANDATO  INTERNAZIONALE  E  LE  OCCUPAZIONI  ADRIATICHE  (1918-1920)   351


             Tra la  fine  del  1919 e gli  inizi del  1920 avvennero  importanti avvicendamenti
         ai  vertici  militari  italiani.  Il  generale  Badoglio,  da  tempo  nominato  capo  di  Stato
         Maggiore dell'Esercito,  assunse  effettivamente  la  carica  trasferendosi  a  Roma  (Nitti
         a suo tempo l'aveva pregato di rimanere in Venezia Giulia per continuare la complessa
         opera di conciliazione fra  lo Stato e i ribelli fiumani).  Gli successe il  generale Enrico
         Caviglia, deciso a ripristinare al  più presto la disciplina militare e a troncare gli indugi
         coi fiumani. Fu cominciato un lavoro di  persuasione nei ranghi degli ufficiali e si  fece
         chiaramente intendere che ulteriori atti  di  indisciplina  non sarebbero stati  tollerati.
         Il  3 giugno  1920 Caviglia parlò in Senato, prendendo posizione ufficialmente anche
         sulle questioni politiche. l:applicazione del Patto di  Londra pur con qualche rinuncia
         che favorisse la composizione delle vertenze e ponesse le basi  per una distensione nei
         confronti di  tutti gli  stati  danubiano-balcanici:  un  concetto che  ricordava  da  vicino
         le  idee  del  memoriale  Viale  del  1914  e  che,  in  fondo,  rispondeva  a  un'esigenza
         troppo a lungo  trascurata  dalla  politica  estera  del  nostro  Paese.  Per  Fiume  Caviglia
         accettava  lo  status  di  città  libera.  Non  si  poteva  ancora  dire  però  che  nelle  Forze
         Armate circolassero  idee politiche  più  aperte e consoni  al  momento internazionale.
         Gli interventi di luglio di Thaon di Revel e dell'ammiraglio Corsi in Senato mostrarono
         tutta l'intransigenza che aveva  fino  allora contraddistinto le  posizioni politiche della
         Marina. La constatazione delle condizioni di obiettiva debolezza del Paese non bastavano
         ad  allontanare  dalle  alte  sfere  navali  l'incubo  di  una  costa  dalmata  potenzialmente
         ostile e piena di  insidie e di  un bacino adriatico tuttora non controllabile dall'Italia.
             Le  esigenze  del  realismo  finirono  tuttavia  per  avere  il  sopravvento,  e  il  12
         novembre dello stesso  1920 si  giunse al Trattato di  Rapallo che assegnava all'Italia
         tutta la  Venezia  Giulia con le  isole di  Cherso, Lussino  e  Làgosta e la  città di  Zara
         con tre isole  minori.  Piume assunse lo statuto di  città libera con un retroterra che
         la  congiungeva all'Italia.  Per i cittadini dalmati di etnia italiana fu  infine stabilita la
         possibilità di opzione sulla nazionalità senza l'obbligo di  lasciare la loro terra natale
         (un  fatto che, in una terra da sempre capace di  pulizie etniche, costituiva una vera
         pietra miliare politica).
             Benché molte di quelle soluzioni creassero situazioni territoriali ed economiche
         piuttosto delicate si  trattava comunque di una sistemazione realmente accettabile
         c  capace  di  avviare  un  nuovo  clima  politico.  Tanto  più  che  un  patto  segreto
         prevedeva  la  futura  cessione  di  Porto  Barro  alla  Jugoslavia  come  porto  franco
         nell'area portuale di  Fiume.
             Il  27  febbraio  del  1924  la  vicenda  di  Fiume  avrebbe  trovato  un  ulteriore
         sviluppo del tutto conforme alle antiche aspirazioni della sua popolazione italiana,
         col  patto concluso da Mussolini che  ne sanciva  la  definitiva annessione all'Italia.
         Un evento che sembrò preludere effettivamente a un'era di avvicinamento politico
         all'area slava,  idoneo  oltretutto a  meglio  fronteggiare  le  ben  note  manovre  della
         Francia per creare potenziali ostacoli a un'influenza italiana nei Balcani. Senonché,
         ancora una volta, il  nostro paese finì  per indirizzarsi su  una rotta carica di rischio.
         I!  resto è storia nota e  amara.
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