Page 359 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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IL MANDATO INTERNAZIONALE E LE OCCUPAZIONI ADRIATICHE (1918-1920) 349
della Conferenza (dimostrando una volta di più la sua totale incapacità diplomatica),
ne profittò per realizzare il suo proposito non senza aggravare il gesto con deplorevoli
manifestazioni emotive. Le momentanee dimostrazioni di entusiasmo con le quali in
Italia e in parlamento venne accolta al suo rientro in patria mostrarono quanto
ancora fossero diffusi gli effetti emotivi del nazionalismo.
In ogni caso l'episodio dimostrò, nel suo insieme, quanto basso fosse il
livello di stima che gli Alleati avevano nei confronti del nostro paese (non
diversamente, del resto, di quanto era in precedenza accaduto da parte degli
austrotedeschi nella Triplice). Se ne sarebbero dovute trarre importanti conclusioni
circa il nostro effettivo peso internazionale, anziché crogiolarci nella fatale
autocommiserazione della "vittoria mutilata" tanto carica di sinistre conseguenze.
Il mese successivo il ritorno della delegazione a Versailles fu praticamente
imposto dagli Alleati, che minacciarono di dichiarare decaduto il Patto di Londra
se l'Italia avesse disertato le trattative per la pace con l'Austria e la Germania;
con quale complessivo effetto per il nostro prestigio nazionale è facile intuire.
La situazione nei territori contesi stava intanto deteriorandosi, e altrettanto
accadeva per gli equilibri politici interni in Italia e per la tenuta della disciplina
nelle Forze Armate. In giugno Nitti sostituì Orlando, ereditando una pesantissima
situazione finanziaria che minacciava lo Stato di bancarotta.
Nei territori occupati accadevano eventi che presto sarebbero sfuggiti al
controllo. In Albania un Congresso dei delegati albanesi, riunitosi nel gennaio 1920
a Lushnje col consenso delle autorità italiane, dichiarò inopinatamente decaduto
il governo provvisorio insediato da noi a Durazzo. Di lì a poco venne costituito
un governo albanese a Tirana e gli italiani si ritrovarono a fronteggiare un'aspra
opposizione albanese che presto sfociò in guerriglia.
In Dalmazia le cose non andavano meglio. A Zara, occupata fin dal novembre
1918 in base alle clausole dell'armistizio di Villa Giusti, l'ammiraglio Millo era
stato nominato governatore della Dalmazia e delle isole dalmate e curzolane, oltre
che comandante militare marittimo della Dalmazia. La convivenza con gli alleati
e coi serbi era tuttavia assai difficile. Benché le truppe serbe fossero state escluse
dalla città gli incidenti erano frequenti, e sulla costa era iniziata una vera guerriglia
controbattuta ripetutamente dal fuoco delle nostre navi. Elementi serbi avevano
invano tentato di raggiungere la città dal mare, fermati dalle navi italiane che
pattugliavano le acque di Zara e Curzola.
In settembre 1919 scoppiò la crisi di Fiume, senza dubbio la più grave dal
punto di vista politico e la pitl rivelatrice del deterioramento subìto dalla disciplina
nelle nostre Forze Armate. Il trattato di pace con l'Austria, firmato ilIO settembre,
prevedeva che la città divenisse stato libero, e questo ebbe l'effetto della proverbiale
scintilla, tanto più che la popolazione della città - in gran parte italiana - aveva
già chiesto l'annessione all'Italia. Durante la lunga vicenda fiumana non mancarono
ripercussioni anche sulla situazione di Zara, dove il14 novembre sbarcarono numerosi

