Page 354 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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344 RICCARDO NASSIGH
Perciò il Comando Supremo italiano attivò Esercito e Marina per occupare
al più presto le aree man mano abbandonate dagli austriaci in ripiegamento verso
il nord. Làgosta e Lissa vennero occupate appena possibile, mentre in Albania
si cercò di estendere l'area sotto controllo italiano attorno a Valona e di penetrare
al nord.
In realtà le aspirazioni italiane non incontravano alcun favore da parte degli
Alleati. I francesi miravano - da un lato - a garantirsi contro una futura rinascita
della potenza austro tedesca e - d'altra parte - a creare un'area politico-economica
di influenza nei Balcani, proseguendo del resto la loro linea di politica estera
prebellica. Perciò, mentre favorivano l'annessione del Trentino all'Italia (onde
assicurarsi una permanente causa di freddezza fra Roma e Vienna), erano decisi a
contrastare una nostra espansione balcanica, che avrebbe potuto vanificare i loro
sforzi di egemonia. Quanto agli inglesi, che pur non ravvisavano diretti interessi
nell'area, non avrebbero tuttavia visto di buon occhio un rafforzamento dell'Italia
in quella regione, che ritenevano pur sempre delicata per gli equilibri mediterranei.
Assolutamente negativo era poi l'atteggiamento americano, e particolarmente del
presidente Wilson, che escludeva ogni validità morale e giuridica al Patto di Londra,
stipulato prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra e senza alcuna loro parteci-
pazione. In base a una sua rigida concezione moralistica della. politica interna-
zionale Wilson aveva sempre sostenuto l'inderogabile diritto dei popoli all'autode-
terminazione, consacrato nella dichiarazione dei "14 punti" da lui resa pubblica
1'8 gennaio 1918 e presentata al popolo americano come il fondamento morale
della stessa partecipazione alla guerra. (Durante la lunga Conferenza della pace
Wilson avrebbe in realtà accettato numerose deroghe a quel sacro principio, in
favore di inglesi, francesi e giapponesi, al momento di spartire l'impero coloniale
tedesco: potenza degli interessi economici e politici). Scontata era infine l'accanita
opposizione delle popolazioni di etnia slava e pure l'avversione degli albanesi nei
confronti di un' occupazione italiana di terre che effettivamente non erano abitate
da italiani se non in piccola parte. Per quelle genti il Patto di Londra non poteva
che rappresentare una cosa altrui, del tutto estranea alla loro volontà. Pesava inoltre
su questi atteggiamenti anche l'errata politica slavofoba praticata dall'Italia durante
tutto il conflitto, che aveva in più occasioni dato luogo a gravi malintesi e diffidenze
nei confronti del governo di Roma (e che aveva fatto completamente dimenticare
ai serbi il salvataggio dei resti del loro Esercito in ritirata, attuato nel 1915 dalla
Marina italiana col concorso di quella francese). In ogni caso serbi, croati e sloveni
vedevano ormai l'occasione di ottenere l'indipendenza nell'ambito di una sorta di
"Grande Serbia" secondo le fumose ma recidivanti aspirazioni che avevano agitato
i Balcani fin dagli ultimi scorci del XIX secolo. Era palese la loro intenzione di
passare dalla parte dei vincitori della guerra come popoli oppressi dall'impero
austroungarico e ora liberati: tesi niente affatto accolta da francesi e inglesi, ma
apprezzata da Wilson. Quanto agli albanesi, platealmente incapaci di concepire
uno stato moderno non basato sul tradizionale potere dei clan familiari, erano
tuttavia decisi a rifiutare una tutela italiana.

