Page 398 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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                  Il  4  dicembre  le  autorità  cinesi  formalizzarono  alla  Missione  l'invito  a
             lasciare  il  territorio  cinese.  Il  giorno  dopo,  il  capitano  Cigerza  avvisava  Scaroni
             che  nuovi ospiti erano arrivati sulla base di Nanchang:  duecento militari e trenta
             velivoli  da  combattimento,  giunti  dall'Unione  Sovietica,  conseguenza  questa  del
             patto di non aggressione che in agosto URSS  e Cina avevano sottoscritto. Scaroni
             stesso si ritrovò nell'albergo di  Hangchow dove alloggiavano due piloti volontari
             francesi  giunti  in  Cina per combattere contro i giapponesi.
                  Al momento della partenza, molti piloti cinesi tributarono un ultimo, caloroso
             saluto agli  italiani che se  ne  andavano.  Il  19  dicembre,  imbarcati  ad Hong Kong
             sulla  motonave Vittoria,  i membri  della  Missione  italiana,  con  i propri familiari,
             lasciarono il  porto della colonia inglese  per fare  ritorno in  patria.
                  "Era un mesto rimpatrio", commenterà poi Scaroni, "che neppure il pensiero
             di  rivedere,  dopo  tanto tempo il  proprio paese,  i propri  cari  riusciva  a dissipare
             il  senso di  avvilimento che segretamente ci  tormentava. Ci si sentiva un po' come
             degli  sconfitti;  e più  che  degli  sconfitti,  dei  traditi  dagli  stessi  nostri governanti,
             che  per  inseguire  un  vano  sogno  di  grandezza  rinunciavano  tra  l'altro  ai  solidi
             benefici morali e materiali conseguiti  all'altra estremità del  mondo,  da un  pugno
             di  aviatori  italiani"{37}.
                  Non si  possono  concludere  queste  brevi  note  senza  accennare  a  quelli  che
             furono gli sviluppi delle vicende umane dei due principali protagonisti della storia
             della  Missione  aeronautica  in  Cina.  Lordi  ebbe  vita  tra vagliata  al  suo  rientro  in
             patria.  Lasciato  il  servizio, si  dedicò  a svariate  attività;  trovò un  impiego  presso
             un polverificio vicino Roma,  il  polverificio Stacchini.  Dopo 1'8  settembre aderì al
             Fronte Clandestino e compì numerose azioni di  sabotaggio contro i tedeschi. Nel
             gennaio del  '44 fu  catturato e  portato a via  Tasso.  Finì  i suoi giorni con  gli  altri
             trucidati alle  Fosse  Ardeatine.  È decorato di  medaglia d'oro al  Y.M.
                  Silvio  Scaroni  invece  proseguì  la  sua  carriera  fino  a  giungere  ai  massimi
             livelli.  Durante la  seconda guerra mondiale  fu  comandante di  importanti  unità
             e pare che i suoi rapporti con Goering, con cui ebbe a che fare,  non fossero  dei
             più cordiali. Dopo 1'8  settembre si  ritirò nella sua casa di  Carzago della Riviera,
             sul  lago di  Garda.  È scomparso nel  1977.  Delle sue  molteplici esperienze come
             militare  ci  ha  sempre  fortunatamente  voluto  lasciare  traccia  scritta Cl8l .  Il  suo
             lavoro sulle vicende vissute  come capo Missione  in  Cina uscì  nel  1970, a  poco
             più di trenta anni dagli avvenimenti. Come si accennava all'inizio, lo scrisse non
             certo  per  fini  autocelebrativi,  ma  esclusivamente  per  rispondere  agli  attacchi
             che la Missione italiana aveva subìto e continuava a subire(39l. Scaroni non poteva
             rimanere  in  silenzio  quando  la  Missione  italiana  in  Cina  veniva  dipinta  come
             una sorta di  banda di  gangster che aveva  raggirato i  cinesi  e agito  come quinta
             colonna dei giapponesi durante la guerra del '37. Scaroni confutò queste calunnie,
             per lui  estremamente  offensive,  anche  perché,  come abbiamo visto, se  ci  fu  un
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