Page 130 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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I fratelli Garrone  81

               n’andò, non tornò più. Era sceso verso un paese lontano di cui vedevo la macchia
               bianca nella campagna nebbiosa; andava ad arrendersi.
                 Ebbi un momento di disperazione che ricorderò per tutta la vita. Per me Pinotto
               o era caduto, o era rimasto prigioniero; mi sentivo condannato anch’io alla prigionia
               infame; non ne potevo più, più; mi misi a singhiozzare come un bambino, forte: ero
               solo: dal piano si levavano alte colonne enormi di fumo nero: seppi dopo che era il
               campo d’aviazione di Aviano che bruciava.
                 Non più nessuno in quell’immensità. La stessa serenità del cielo rimessosi, la
               stessa calma infinita di quel tramonto che rendeva più acuta la disperazione del
               disastro nostro, quella rete di strade ormai vuote che correvano il piano in ogni
               direzione, il lontano borbottare delle mitragliatrici, la visione di tutto quello che
               avevo veduto, sofferto, sperato inutilmente nei giorni passati, mi spingevano a un
               passo che mi pareva la salvezza. Chi mi trattenne? Non lo so. So che quella pace
               che era nell’aria mi entrò nel cuore, mi fece rialzare, e via, ancora, per un’altra notte
               intera. Scendevo ora…
                 Due giorni dopo mi presentavo a un comando di tappa che m’istradava a Rovigo.
               S’iniziava il secondo periodo più triste del primo: non mi dilungo a parlarvene: mai,
               mai ho sofferto come nei giorni dal 9 al 23! Quando ci penso e risento l’umiliazione di
               certi incontri, mi meraviglio d’aver resistito specialmente con la disperazione nel cuore!
                 Il 23 mattina sentii il bisogno, improvvisamente, di partire da Castelfranco, di-
               retto a una cittadina vicina in cerca d’un capitano comandante una sezione di lavo-
               ratori. Trovai il capitano… e trovai la strada verso Pinotto! Inforcare una bicicletta e
               correre, correre, correre, volare, per chilometri, chilometri, senza posa, fino a lui, è
               stato un respiro solo.
                 Trovo gli avanzi del Gemona: trovo qualche ufficiale: uno si offre di andare a
               chiamare Pinotto. E viene. È là in fondo alla strada, che arranca, anche lui, sulla bi-
               cicletta: non mi ha visto ancora: io lo vedo: non riesco ad articolar parola: lo guardo,
               lo chiamo piano. Lui mi vede, urla quell’«Eugenio!» di Tripoli, come allora dopo una
               ritirata, e siamo nelle braccia l’uno dell’altro, stretti, frementi.
                  Pochi minuti, e devo tornare per altri chilometri nella notte, a prendere congedo
               dal mio comando vecchio, volo via, nella notte, e correndo, nella sera bellissima,
               grido forte il mio grazie a Dio, grido il mio nuovo voto di sacrifizio per la patria, per
               lui, grido forte il tuo nome, mamma, che in quel momento è tutto per me .
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               Fecero parte entrambi della 6ª compagnia del battaglione Tolmezzo, che, prontamente
            ricostituito, fu schierato ai primi di dicembre per la suprema difesa del Col della Berretta.
               Eran decisi alla morte, Pinotto scriveva:

                 Mi sento libero da ogni legame, tendo solo allo scopo supremo. Me ne rincresce
               per i miei cari vecchi, per Margheritina, per tutti: ma sapranno sopportare .
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               Eugenio aveva un accento aspro:
                 … dobbiamo dare tutto senza riserve, senza prudenza, senza riguardo! dobbiamo
               morire… ma non passeranno!
                 La colpa del disastro – diciamolo forte – non è, no, dei soldati, ma del paese. Chi
               combatte ha motivo di odio dinanzi e dietro a sé: vincerà perché il cuore e l’odio lo
               sorreggono .
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