Page 217 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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          nei problemi dell’estetica moderna con vera passione e aveva cercato una via sua pro-
          pria. Mentre la critica della tradizione desanctisiana ricercava il valore artistico nella
          forma, ma vedeva la forma nello stesso atteggiarsi della vita passionale o etica del poeta,
          il Serra cercava di fermare il valore d’arte oltre questo momento storicistico, in una
          purezza assoluta, in un ritmo, in un fascino strano, musicale, in un incantesimo ma-
          gico d’armonie. Nasceva così una critica tutta cesellata, acuta nel frammento, debole
          invece nel segnare le linee d’insieme. Essa però entusiasmava i buongustai e quelli che si
          ritenevano tali . Sapeva trovare l’infinito in un piccolo verso, come il Pascal nel ciron.
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          Ma questo lavoro di bulino lo stancava e l’esponeva a continui scoramenti e disgusti.
          Nelle sue lettere lo vediamo carezzare numerosi disegni di lavori e di studi: poi a poco a
          poco disgustarsene, lasciarli cadere per un difetto d’intuizione d’insieme e adagiarsi con
          animo un po’ malcontento, nella vita provinciale della sua Cesena, bibliotecario d’una
          biblioteca comunale, figlio troppo a lungo curato dalla madre. I numerosi ammiratori
          lo celebravano «critico puro», per questa sua ricerca degli elementi puri di arte. Tuttavia
          il critico era frammischiato a un artista-stilista amante dei pezzi di bravura: un conato
          di poesia turbava l’analisi concettuale del critico. Lo scolaro del Carducci non esitava a
          designarsi «letterato», parola per cui i seguaci della tradizione desanctisiana non hanno
          mai avuto simpatia. In lui, insomma, critica e poesia si urtavano paralizzandosi. Ne
          nasceva il ristagno doloroso d’un’intelligenza prontissima e vivacissima, e nella vita con-
          creta una smaniosa attesa del nuovo e dello straordinario, il bisogno di eccitazioni e di
          commozioni. D’intelligenza assai più acuta, di cultura assai più vasta di tanti suoi coe-
          tanei avrebbe sicuramente superato per forze proprie quest’incaglio spirituale, quando
          sull’orizzonte europeo si disegnò la crisi della guerra. Pareva che la sterminata tragedia
          dovesse svalutare la stessa attività del Serra: la letteratura di fronte alla guerra, il facitore
          di versi e di prose contro la volontà armata! Il cuore si disamorava delle attività di cui
          s’era fin allora compiaciuto, e un’ossessione dominava tutto.
             Il Serra cercò di fermare il suo stato d’animo in uno dei suoi più raffinati scritti:
          l’Esame di coscienza di un letterato . Era il marzo 1915. Per le piazze d’Italia ribolliva
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          l’agitazione per e contro l’intervento in guerra.
             Il Serra si comportò con la guerra come con i suoi poeti. Scavalcò tutte le tesi pro
          e contro, gli argomenti di politica interna ed estera, gl’ideali sinceri, i fini reali e i pre-
          testi fittizi con cui si voleva motivare la guerra, per cercare al di là un nocciolo, una
          quintessenza a tutti ignota. Non se ne accorgeva, ma ormai noi vediamo bene come,
          ponendo la guerra al di là del suo significato politico e storico, la riduceva a un istinto,
          a un impeto cieco.
             Inizialmente per una di quelle volute letterarie di cui si compiaceva, assume la difesa
          della sua attività di letterato, del diritto della letteratura ad esistere anche in guerra e di
          fronte alla guerra. Combatteva insieme il mito romantico «fra un inno e una battaglia»,
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