Page 214 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 165
diritti dell’uomo. Noi non ci siamo procurati nulla: non una religione, non una pa-
tria (l’Italia s’è fatta da sé!) non un onore. Perciò siamo un popolo venduto, disono-
rato, schiavo…
Noi non vogliamo Trento e Trieste! Esse sono un pretesto e una giustificazione per
gl’imbecilli! Noi vogliamo qualcosa di più importante e sacro. Non vogliamo riscat-
tare Trento e Trieste; noi vogliamo riscattare e temprare l’Italia tutta .
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Certamente in questo rovello si può misurare la spina tormentosa che fu per circa
due generationi d’italiani il ricordo di Custota e di Adua, l’aspirazione a un senso di
pacata e conscia forza. Ma nel Marconi si sente insieme il figlio del secolo, l’Ulisside,
l’amore dell’esperienza sconosciuta.
V’è in noi un po’ dello spirito d’Ulisse che varca le colonne d’Ercole, per vedere
che cosa sia di straordinario l’oceano sconosciuto.
Io leggo in queste straordinarie pagine di storia contemporanea il manifestarsi di
un grande fatto: vedo un’intera età venir riassorbita nell’orbita del passato, e pulsar,
fuori dai nostri petti, un’anima ancora nuova che alimenta tutta un’era nuova.
Questi anni paurosi segnano il crollo di tutto un mondo, di tutta un’era; è l’in-
quieto trapasso verso un giorno in cui potremo dire tranquilli e trionfanti: «Oggi co-
mincia una novella storia». Inquieto e pauroso il trapasso, perché ci vediamo dinanzi
il vuoto buio della notte, sentiamo il mistero salirci su per le membra. Chissà quali
nuove cose scaturiranno da questo secolo di decadenza .
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Quest’ora giovanile dev’essere per i vecchi un’angoscia, una tragedia cupa e pe-
sante. Poveri vecchi! Noi stiamo ora distruggendo tutto intero il loro mondo! E che
mondo! Putrido, schifoso, corrotto, vacuo, inerte! .
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Forse i vecchi avevano meno colpe e più sperimentata vita di quanto il Marconi
pensasse. Avevano però indubbiamente il torto di non aver parlato a quei giovani, po-
nendoli di fronte ai problemi concreti della politica, di essersi chiusi nell’ermetismo
della loro prudenza, di non aver inteso i bisogni spirituali dei figli. Ne il Marconi, che
era un animo profondamente onesto, questa convulsa ribellione però si accompagnava
a malinconie profonde e a preoccupazioni quasi profetiche. Era un ragazzo di vent’anni,
e di scrupolosa rettitudine di fronte a se stesso: l’espansione dell’Ulisside gli dava dolore,
l’attesa apocalittica dell’avvenire non gl’impediva di sentire (poiché non un Dio trascen-
dente, ma la stessa umanità doveva creare l’avvenire) uno sgomento pel difetto d’ideali.
Nel novembre 1914 segnava talune sue impressioni:
Invidio talora i bei tempi della mia fanciullezza allora io ero tutto rannicchiato in
me stesso: la mia animuccia aveva sicuri e ben definiti confini, e in quelli trovava ri-
paro sicuro e fidente conforto. Breve era allora il dolore; se alcunché accasciava la mia
tenera anima, un breve pianto, alcuni singhiozti in grembo alla mamma mi ridavano
la pace serena e il raccoglimento dell’anima. Allora l’anima mia si poteva raccogliere
in sé: di qui la gaiezza della bella età passata: ora non più.

