Page 212 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  163

               della guerra, quando combatto, m’esalta, questo stillicidio di morti ben noti mi dà
               in certe ore un senso grande di tristezza che non so vincere. So degli altri amici che
               riescono a scrivere magari col solito stile – quello che adoperavano per incitare prima
               della guerra – ma io sento che si va consolidando in me una forma di reverenza sacra
               questi sacrifici continui, la quale non mi fa cedere un punto nella mia fede per per la
               guerra e per la vittoria… sento che lei dev’essere un po’ vicina a me in questo modo
               di pensare: fermissimo da buoni italiani, nel voler arrivare fino all’ultimo, ma umano
               nel fermarsi a guardare con pietà questo divino dono della giovinezza che per tanti
               scompare in un attimo .
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               Assumeva atteggiamenti sempre piu indipendenti nelle questioni di politica.
                 (15 marzo ’16). Coppola è un «estremo», e nella critica delle nazionalità sono in
               assoluto disaccordo, ma Bontempelli dice una eresia quando fa l’antitesi: socialisti
               antiguerraioli – nazionalisti antipacifisti. Si vive per combattere, ma non si vive per
               fare la guerra! Vedo Bissolati prossimo alla vicepresidenza della Camera; ne sarei lieto
               e m’inchino a lui incondizionatamente .
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               E una sera che in una trincea del Grafenberg un capitano del genio fa intonare
            da un grammofono la Marsigliese, lo assale una strana commozione, «pensando che
            in quella notte stessa dalle trincee di Fiandra, giù giù sino al golfo di Trieste c’erano
            tanti uomini in armi per la difesa della civiltà latina, che ha innegabile simbolo in
            quell’inno» .
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               La guerra poi gli forniva un’altra esperienta. Essa faceva sentire a lui, esaltatore di
            tutto ciò che fosse militare, come la milizia sia un sacrifizio, una mutilazione, neces-
            saria per determinati fini, ma pur sempre una rinunzia all’autonomia dell’intelletto,
            alla pienezza della personalità e ad infiniti valori civili che i romani, popolo militare,
            sommamente pregiavano, come i beni della casa, contrapposti agli obblighi del campo.
               L’uomo avvezzo a discutere e a controllare i supremi indirizzi della patria, chiamato
            alle armi, anche come ufficiale si sente un numero, una forza da impiegare. Sente l’arre-
            sto del pensiero, si duole di una diminuzione dell’intelligenta, e ne soffre acutamente .
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            Cerca di rimediarvi accettando un posto presso un comando di brigata, che possa con-
            sentirgli insieme e l’esperienza della linea e un servizio più «intelligente», e una visione
            piú vasta della guerra. Ma in quella posizione gli toccò soffrire il tormento di scorgere,
            senza potervi rimediare, errori e contraddizioni: di soffrir invano le responsabilità gran-
            di che non eran le sue. Ciò fino al 15 giugno 1918, quando, prossimo a esser nominato
            maggiore per merito di guerra, soggiacque all’influenza di trincea, in Francia, pochi
            giorni prima della vittoria del Piave.

               Paolo Marconi  ci rappresenta la ribellione dei figli ai padri, la insofferenza del
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            ritmo lento della vita d’ogni giorno, la sete dell’inaspettato, lo Sturm che spesso distacca
            una generazione dall’altra. Ribellione al costume. Vuole la guerra per una temeraria
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