Page 207 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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tanto calunniata» , anche in lui a poco a poco si rassodava il convincimento che non
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sarebbe stata la guerra a rifare né l’Italia né gli italiani. Di fronte agli orrori d’Oslavia
nei primi mesi del 1916 si domandava «quale diritto abbiamo di ucciderci l’un l’altro,
quale di comandare d’uccidere, quale d’affrontare la morte» . E dubitava della forza
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educativa della disciplina militare, allora troppo sopravvalutata. A riposo smaniava per
il formalismo militare.
(Dolegnano, 6 febbraio ’16). Meglio la trincea che il menare questa vita meccani-
ca, senza scopo, dove si pretende di costringere diecimila uomini ad essere ed a volere
come uno solo…
Il reggimento è molto «scalcinato», ma si pensa subito naturalmente di ordinare
una ripulitura esterna a mo’ dei famosi sepolcri del Vangelo .
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Soffre, come infiniti altri uomini di pensiero, dell’arrestarsi della propria vita intel-
lettuale nel servizio militare: ma quando dopo più di un anno di servizio di compagnia
passa a un servizio un po’ più «intelligente» presso un comando di brigata, s’arrovella
scontento. Il tormento s’accresce: percepisce la progressiva decadenza del morale dell’e-
sercito fin dall’inizio del 1917 e presente una non lontana sciagura. E si chiude in
un’intrepida ostinazione di speranza, con cui regge al dolore per la morte del fratello e
alle angosciose preoccupazioni, sino al giorno della morte.
(Alla madre). Vorrei poter avere per tutti voi, e specialmente per te parole di buon
conforto, ma il dolore che mi colpisce è troppo forte, ché devo far forza a me stesso
per rimanere saldo al dovere – a tutte quelle serie di doveri che si possono riassumere
in uno solo, quello di ammazzare. Ma Iddio ha voluto ancora questa prova e tutto
quello che è voluto da Dio è santo .
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(11 gennaio ’17). Ma la fede e la speranza non mancano mai, e la vittoria è fatta di
fede e di speranza in massima; e se anche queste sono di pochi, non vuol dire, perché
tutte le cose migliori son sempre state volute e conquistate da pochi .
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Un altro nucleo è formato dai giovani nazionalisti. Sono meno agitati da crisi roman-
tiche. Appartengono quasi tutti a classi sociali superiori, perciò sentono meno il problema
della formazione del popolo. Hanno una compostezza un po’ rigida, non turbata da pro-
blemi, più ostinata e dogmatica. Accettano senz’altro l’impostazione della politica estera
come problema di mera forza: nei termini in cui la situazione europea s’era delineata
dopo 1870. In base a questo presunto realismo storico, avversano ogni altro movimento
d’idee come utopistico e debilitante la nazione. Han coscienza di essere all’unisono con
una tendenza irrompente in tutta Europa. Ma appunto perciò in fondo han meno viva
la coscienza delle tradizioni concrete d’Italia. Il nazionalismo loro è una formula un po’
generica, risente di modelli stranieri, non sempre è felice nel percepire i veri interessi na-
zionali: è un’irrequietezza avventurosa verso l’affermazione della potenza. Nei più giovani

