Page 202 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 153
fratellano e si riuniscono in piú vasta sintesi, è un motivo di sapore quasi cattolico, nel
senso più nobile della parola, germogliato dall’antica civiltà italiana, esperta e disillusa
delle egemonie, non disposta a ricadervi e indirizzata decisamente all’universale.
Oggi l’umanità non può vivere nel predominio di un solo elemento, nel predominio
diretto o indiretto di un solo popolo, qualunque esso sia. Anche nel passato del resto
(noi pensiamo a Roma) ciò non fu mai: l’unicità apparente dipendeva dalla reciproca
ignoranza. Oggi noi ci conosciamo troppo più di allora e non ci conosciamo bene,
l’umanità superiore vive di più elementi, di più razze, di più Nazioni (anche se gli Stati
scompariranno colle loro carte e cartellini chiusi), insomma di più idee incarnate…
Ora io voglio per la mia Patria la Idea più grande e soprattutto la più giusta, voglio
per lei tanto di realtà e di forza materiale a quanto saprà infondere l’alito delle sue
intime idealità e della propria vera grandezza. Se cerco nella sua storia, non trovo
molte pagine le quali mi facciano perdere questa fiducia: l’idea si mostrava là dentro
e tutto ci è sacro, come è sacro per il mistero il calice .
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Inoltre il partito democratico cristiano era tutt’altro che clericale. Con Uomini
come i Begey in quel partito entrava lo spirito del Towianski, e del suo mitissimo
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della libertà maturato nel ’48. Quando durante la neutralità italiana qualcuno, entro
quel partito, avanzò l’idea di deferire al papa la soluzione del caso di coscienza di molti
democratici cristiani nei riguardi della guerra, il Vajna s’oppose risoluto. (Non gli dove-
va essere ignota la tendenza austrofila di Benedetto XV).
A ognuno il suo posto, il suo compito ed i suoi metodi. Assurdo ci sembra, in
ogni modo, applicar a noi singoli laici e cittadini italiani il carattere imparzialmente
universale che spetta alla Sede Apostolica. Tale carattere l’esclude del resto dalla pos-
sibilità e dall’opportunità di una vera iniziativa diplomatica nell’ambito della lotta
odierna, da cui un mondo deve sparire per far posto ai successori. Costretta a de-
streggiarsi fra le potenze di questo mondo, la diplomazia pontificia non può riuscir
altro che ad equivoci compromessi, cui troppo altri compromessi, provocati dalle
migliori intenzioni, dolorosamente ci richiamano: Gregorio XVI e Pio IX che scon-
fessavan lo sciopero degli oppressi irlandese, Leone XIII il quale non sa che predicare
altro che la rassegnazione ai martiri fanciulli di Polonia, Pio X che pur nei giorni
dell’ultimatum non vede altro mezzo a scongiurare la guerra, se non calde raccoman-
dazioni alla Serbia di ceder davanti all’ingiustizia… Ecco i miserevoli fallimento di
un ideale divino trascinato a far da panacea nelle questioni contingenti, ecco il dan-
no di un’attività spirituale involuta e costretta fra le spire di una diplomazia terrena.
Non ci s’imponga dunque una seconda volta, per interessi secondari, e per scrupoli
legulei, il tremendo dissidio fra coscienza religiosa e coscienza civile, applicandoci
in nome della religione ad una neutralità che è vigliaccheria suprema: chiamati a
scegliere, i nipoti degli uomini del ’49, del ’59 e del ’70 non esiterebbero come non
esitarono allora i nostri nonni .
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Per lui il 20 settembre era pura gloria d’Italia, sacro era il Gianicolo, teatro della
battaglie garibaldine, e vi si recava a trarne presagi nei giorni di trepidazione del maggio

