Page 201 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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di battaglia. Ed è questo che io non trovo in Tolstoi, il quale era troppo impressio-
nista per essere religioso.
Cara piccola, ora sai circa quello che penso e sento in questi giorni di riposo ac-
canto ai combattenti. E ho una grande calma e una fede quasi di tornare accanto a
te perché non ho mai avuto il senso della mia morte fra le morti altrui. Tutt’al più
posso essere ferito, ma non altro.
Cara, chiama il figliolo come desideri; se bimba piuttosto Giovanna che Cle-
mentina. Dimmi sempre di te, magari niente, ma scrivimi. Ormai sono abituato a
ricevere una tua quasi ogni giorno. Non piangere, piccola mia .
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Ma la sua calma e i suoi doveri familiari non gl’impedirono, quando fra i combat-
tenti si diffondeva il sospetto d’esser sacrificati inutilmente, d’offrirsi volontario in un
pericoloso servizio di pattuglia. Una pallottola esplosiva lo colpì alla gola e l’uccise il 3
dicembre 1915, sul Podgora, in vista del Carso triestino da lui cantato.
Una posizione affine a quella dello Slataper aveva assunto nei riguardi della politica
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estera e del problema austriaco Eugenio Vajna De’ Pava . Era figlio di un magnate d’Un-
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gheria. Ma, educato a Firenze dalla madre italiana, lontano dal padre, era stato pienamen-
te assimilato dall’Italia. Ancor giovane si tuffò nella battaglia politica, e fu tra i capi del
partito democratico cristiano che cercò d’affermarsi immediatamente prima della guerra.
Dopo la crisi bosniaca dell’autunno 1908 il problema della politica estera grandeg-
giava nella mente degl’italiani. Il rigoglio nazionale fugava la mortificata rassegnazione
seguita ad Adua. Si sentiva l’esaurirsi della funzione della triplice alleanza, e il pericolo
per l’Italia d’esser trascinata dagli alleati in direzione contraria ai propri interessi. Di
contro alla politica ufficiale piena di cautele, poco chiara e destreggiantesi fra l’alleanza
continentale e la politica mediterranea, da diverse parti insieme, e da socialisti moderati,
e da nazionalisti, e da cattolici, si dibatteva la possibilità di nuovi indirizzi. Risorgeva
l’interesse per la politica estera di cui si era tanto deplorata la decadenza. Forse trop-
po, se si deve dar ragione ad uomini come il Tocqueville e il Cavour che considerano
patologica la tendenza a far grandeggiare il problema estero nella lotta dei partiti, to-
gliendolo dagli arcana imperii, su cui deve esistere una quasi complessiva concordanza
d’indirizzo. Tanto più che il dibattito, vivacissimo nel campo giornalistico, trovava po-
chi echi nel parlamento e fra chi aveva la responsabilità delle direttive. Indubbiamente
v’era anche in ciò un preludio di crisi costituzionale; ma v’era anche l’indizio di risvegli
e di passioni che dovevano sostenere la nazione in guerra.
Il Vajna, che per molti rispetti derivava dall’indirizzo della rivista fiorentina «L’Uni-
tà», avversa simultaneamente e alla democrazia massonica e al nascente nazionalismo,
mise ogni suo sforzo a far accettare alla democrazia cristiana un programma di spiriti
mazziniani. Ciò parrebbe strano, per un partito che voleva mantenersi cattolico, quan-
do si ripensi alla lotta implacabile della chiesa contro il Mazzini. Senonché nel Mazzini
il motivo delle nazionalità risorte, che invece di urtarsi per cupidigia di dominio si af-

