Page 200 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  151

               famiglia come vorrei e dovrei, i doveri, ma che doveri! la personalità mia, ch’essa mi
               forma, è nata in me da quando ho sentito di doverti sposare. C’è stato un momento
               di scelta fra Anna e te, piccola cara; una cosa quasi crudele, perch’io non ho saputo
               amare Anna, da cui mai avrei avuto un figliolo né famiglia né pace, ma un amore
               senza domani, forse com’è stato, ma violento. Sarei forse diventato un altro uomo,
               ma non lo ero. Non c’è niente di genio in me: e forse un genio ci voleva per Anna. Il
               Carso non è tuo, piccola mia; è un fiore pazzo e magnifico sbocciato nell’ora in cui la
               morte di Anna mi teneva legato alla mia giovinezza, mi obbligava a godere di quella
               mia parte che Anna sopratutto aveva amato e che io speravo (e non credevo) fosse
               essenziale in me. Non l’ho dedicato a te, ma a lei ch’è morta, com’è morto con lei
               Pennadoro. Per te sarà un altro libro, se saprò scriverlo, se no la mia vita com’è, ma
               in tutti i casi sinceramente .
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               La stessa calma, ma più stagnante, nella lettera del 23 novembre, quando è ritornato
            in linea e ha rivisto la guerra.

                 Vestito da soldato, con la barba sempre lunga, la rivoltella alla cintola, l’alpenstock
               alla mano (che mi presi su vicino al Fortino del Podgora, il primo vero tremendo
               campo di battaglia che vidi al 5, appena arrivati dopo l’attacco del 3), ti sembrerei
               assai più magro e più stanco. Difatti questa volta sentii la guerra duramente. Già tor-
               nare in guerra dopo essere stato ferito è più difficile, o per lo meno cosa più seria. Poi
               arrivammo sballottati per il fango alto mezzo metro, sotto una pioggia spaventevole,
               senza saper dove né come. L’arrivo a Ca’ delle Valade vicino a Brazzano fu veramente
               triste, se un po’ i posti conosciuti (l’abbazia di Rosazzo, la villa di zia) non m’avessero
               confortato.
                 Ma più di tutto mi rendeva più grave, cioè più uomo, il pensiero di te mamma, e
               del piccolo. La prima gioventù è forse finita col Carso, la gioventù buona, raccolta è
               finita coll’ospedale di Modena; ora mi sento uomo. Non ho più l’imprudenza pronta
               e a scatti dei 20 anni. Mi sento più ponderato, più prudente. Il mio coraggio ora è
               più carattere, risolutezza, che natura. Del resto, passati i primi giorni di dissenteria e
               di confusione, mi trovo bene. Sono come sempre calmo, ch’è forse la mia dote fonda-
               mentale che non m’abbandona mai. Troppo calmo, ma anche efficacemente calmo.
               Anche Guido si comporta bene; ma un po’ troppo giovanilmente.
                 Della guerra, come ti scrissi più volte, ho più impressioni laterali che centrali.
               Mille piccole cose che si scrivono poco volentieri essendo in mezzo ad esse. Già io
               non capisco il discorso lungo sulla guerra di chi sta combattendo. Forse perché anche
               in guerra – pare impossibile! – sono pigro. Ma è certo che io vedo quasi tutte Ie cose
               con i miei occhi e non porto nelle cose nuove la vecchia retorica della città…
                 Io vedo che siamo uomini, che la guerra esige di più che le forze umane, che ha
               in se qualcosa di superiore e di troppo più spaventevole che un uomo possa dare
               e sopportare. Ma è la comunità degli uomini che riesce, è lo sforzo collettivo, di
               collegato aiuto, di rinforzo, di coordinazione, quello che innamora e che è la vera
               guerra. Questo senso ha la disciplina militare, per cui si procede come in qua-
               lunque lavoro umano, ma in un’opera e in condizioni che trascendono l’umano.
               Scavare un tunnel è cooperazione e ordine rincalzantesi come le squadre di turno:
               ma espugnare una posizione è una cooperazione disperata e sacra, che pare i versi
               ritmici di una invocazione, in cui nessuno ragiona più, ma ognuno agisce, come se
               tutti assieme si fosse ispirati di terrore sacro. Si sente che è vicino Dio sul campo
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