Page 195 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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146   Momenti della vita di guerra

               E levan l’ancora i grossi piroscafi nostri verso Salonicco e Bombay. E domani le
             locomotive rintroneranno il ponte di ferro sulla Moldava, e si cacceranno con l’Elba
             verso la Germania .
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             Il poema, che doveva glorificar Gioietta, non vale a ridarle vita: a compiere quel
          miracolo fisico che gli pareva dovesse quasi naturalmente nascere dalla sua tensione
          poetica .
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             La turgescenza enfatica di se stesso gli faceva ormai orrore.

               Basta, non parlerò più di me. Ora comincia a vivere tutto il resto.
               E io che mi credevo la voce della vita! Tu non sai che schifo mi fanno le tirate che
             scrivevo ad Anna. Dove nasconderò questa orribile cosa che è dentro di me? .
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             Quasi profeticamente sognava di espiare umanamente la sua colpa


               Desidererei una guerra dove potessi sentirmi un attimo io prima di morire .
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             Ma il dolore poté farlo urlare, non poté abbatterlo.

               Forse io sono d’una città giovane, e il mio passato sono i ginepri del Carso. Io non
             sono triste; a volte mi annoio: e allora mi butto a dormir come una bestia in bisogno
             di letargo. Io non sono un grübler. Ho fede in me e nella legge. Io amo la vita .
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             Avvenne allora un capovolgimento: subentrò un raccoglimento interiore: un bisogno
          di studio e di meditazione. Sentì il problema della personalità: d’esser uomo invece che
          l’indeterminato spirito romantico aleggiante come Dio sulle acque. Non atterrirsi d’esser
          qualcuno, qualche cosa di particolare, vincere il ribrezzo dell’imborghesimento. Gli riman-
          gono, sí, ambizioni sterminate: ma sa che per coronarle egli deve sperare nel lavoro tenace
          e continuo. Comprende come la genialità sia forza illimitata di opere. In questo si va diffe-
          renziando dagli amici della «Voce». Nei quali manca lo studio e la tenacia. Gli avevan messo
          soggezione, dapprima, come più colti e raffinati. Poi, come sempre in tutte le primavere, la
          massima parte della fioritura sfiorì senza maturar frutti. Lo Slataper provò la prima delusio-
          ne degli uomini; fortissima perché quel movimento pretendeva dare maggiore dirittura e
          schiettezza a tutte le forme della vita italiana. Gli uomini si rivelavano inferiori al compito.
          Ma se gli altri si smarrivano, egli si accorgeva di metter radici in tenacia, in volontà e nobiltà
          di lavoro molteplice.
             Fiorì un nuovo amore, ma nel senso morale e devoto verso la sua donna, come com-
          pagna e pari: in un desiderio commovente di famiglia e di figli, «d’umanità normale e
          chiara», di modestia imposta all’orgoglio romantico.

               Vorrei piangere forse: quel pianto che nessuno sa cosa sia, di debolezza umana,
             di superbia delusa, di paura, come piango leggendo Dante, e mi tocco me, piccolo
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