Page 190 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 141
(21 agosto ’15). Povero me, come stonato mi sento! «Presentat’arm!» Quanti ca-
pelli bianchi, teste bianche, grigie, rigide. E al rancio? doverli ordinare, apostrofare,
scacciare come bambini…
Un po’ di pratica la faccio, non però come vorrei io; ma io vorrei sempre qualcosa
d’altro. Non ho mai pace, non mi adatto mai attivamente al presente. Era così anche
prima della guerra .
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(22 agosto ’15). La mia vita è sempre semplice e isolata; come mi conoscevi negli
anni dei giorni del ginnasio così mi conosceresti pure oggi; soltanto dietro di me ho
una storia più seria e in me più esperienza; ma quest’esperienza invece di farmi più
disimpacciato e quasi ardito, tende a farmi più umile e chiuso; e i due mesi e mezzo
di fronte non m’hanno reso più impetuoso, ma più mansueto. Le mie ire (sono po-
che), le mie allegrie e tristezze me le consumo tutto solo, io vivo assai di più parlando
con me stesso che con gli altri. E così passa un giorno dopo l’altro. E sto sempre
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aspettando qualcosa che non viene, come non so in che fiaba o leggenda .
La malinconia si giustificava nel balenare improvviso del ricordo della mamma lon-
tana. Scriveva al fratello:
(12 agosto ’15). Il tuo vestito e biancheria sono naftalizzati, ma l’operazione m’è
costata una grande angoscia nostalgica; seminando i fiocchi lucenti e sentendone
l’odore acuto, m’è venuta avanti la mamma e il cassone rosso cupo nella camera
dell’intimità e come il giorno prima che partissi mamma vi aveva frugato in cerca
della mia roba di lana e quelle manine e l’unico acuto singhiozzo senza lacrime
nell’abbracciarmi quando partii .
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(13 settembre ’15). Giani mio, come sempre nelle lettere ti scriveva mamma, oh
mamma che ti scriveva lettere a Praga colle dita che le dolevano a tener la penna quan-
do era inverno, oh mamma che si faceva portar la tavoletta del disegno sul suo letto di
sofferenza, i neri capelli ondulati e filettati d’argento stesi, spartiti sulla fronte d’amore
e d’intelligenza, il viso e le labbra pallide e i begli occhi che, se resteranno aperti, resterà
aperta anche la mia vita, e s’appoggiava ai cuscini con la camiciola bianca merlata che al
collo le si chiudeva con un nastrino di raso celeste o rosa; così bella e santa la mamma, e
ti scriveva, e poi mi buttavo vicino vicino a lei, mi baciava e parlavamo di te e diceva col
suo mitissimo sorriso che le faceva due tenui solchi agli angoli della bocca: «oh i miei
fioi che diventerà grandi; e legerò nella vetrina del libraio: Giani e Carlo Stuparich, i
miei grandi fioi». Oh Giani, che groppo alla gola e nel petto… .
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Intanto, cominciava a dubitare se davvero il lavacro di sangue avrebbe rinnovato il
mondo, come con molti altri egli aveva sperato.
(22 ottobre ’15). Io almeno, se mi guardo dentro, mi accorgo che l’aumento di
spirito e d’esperienza è minimo, e talvolta estendendo questo mio risultato a tutti
quelli che in un modo o nell’altro vivono la guerra, divento molto scettico riguardo al
preteso rinnovamento di questa vecchia società. Eppure tutti questi morti dignitosa-
mente e i grandi sforzi collettivi, le grandi risoluzioni dei governi gridano: l’Europa è
eroica e dimostra una forza viva che non ha mai dimostrato… .
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