Page 186 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  137


               Aveva avuto un’infanzia e un’adolescenza malaticcia. Una violenta scarlattina l’aveva
            lasciato un po’ sordo. Diceva, malinconico, che le madri spartane l’avrebbero esposto
            sul monte. La sua crisi romantica aveva avuto un tono un po’ femineo, un po’ querulo,
            del ragazzo malato, che si sente oppresso, impedito, della genialità ostacolata. Ma poi
            era venuta la salute, e un senso più virile della vita: un risveglio di convalescenza, che
            gli sorrideva nel ricordo.

                 Mi ricordo. I primi passi fatti, la gioia stretta aggrappata nel cuore. Mamma mi
               baciò in fronte sorridente e mi prese il braccio sotto il suo. La mia debolezza sapeva
               pronto l’appoggio; l’intero confidente abbandono a un essere fuori di me mi traboc-
               cava la felicità. Oh buona vita! Certo qualcuno sciacquò le cose durante il mio riposo
               ammalato. Vedo il mondo netto come biancheria uscita dal bucato; fresco gocciolan-
               te come una prugna guazzata dal temporale: ora vi brilla il sole .
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               All’unisono con questo risveglio di salute, aveva infierito contro il suo stesso ro-
            manticismo, aveva cercato d’espellere l’elemento femineo, gracile del ragazzo, e aveva
            anche irriso alla retorica del gruppo fiorentino, che ingrandiva ogni comunissimo fatto
            proprio a crisi degna di storia.

                 Perchè sí: certa complicatezza drammatica è un po’ di torbidiccio fangoso, un po’
               anche fumo di digestione.
                 E certa filosofia è un po’ di desiderio non soddisfatto, un po’ di fame non sfamata,
               di sete non dissetata. Ma non impensieritevi troppo: vedrete che non si suicideranno.
               Perché esiste un generoso deus ex machina: l’accettazione eroica della vita…

                 Che dopo tante arcadie ci sia l’ora anche di un’arcadia della drammaticità e della
               crisi? Un’arcadia di nuovo stampo. Venti volte al mese vi giunge la crisi, momento
               decisivo che modificherà totalmente la vostra esistenza, sussulti, angosce. Superati i
               venti passi (la crisi va superata infatti; non è corda che ti lascia spazio di sotto), guar-
               datevi un poco indietro: siete quegli stessi di prima.
                 Perché quelle crisi sono artificiali, esterne, retoriche, dimenii per nascondere la
               vostra vuotezza…
                 Perché non sapete cos’è la crisi. un parto che, se felice, dà una nuova creatura,
               infelice uccide.
                 E quelle crisi là dànno tutt’al più una bambola di gomma.
                 Ma non bisogna scherzare troppo nemmeno con le crisi artificiali: sono come falsi
               segnali di guerra che possono riuscire pericolosi .
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               In quest’aspra autocritica l’aveva aiutato il De Sanctis, proprio con quella sua
            blandissima e insieme implacabile disamina del romanticismo torbido: critica di
            chi ha fatto l’esperienza e sa risolver tutto il veleno. Il professore di Napoli diventa-
            va pel giovane triestino più che un maestro di letteratura, un maestro di vita.

                 Ma fu De Sanctis il mio maestro. Non so come: nella storia della letteratura italia-
               na ho fatto la storia dell’anima mia. Mi son visto buffone di corte, arcade, e Catone
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