Page 182 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  133

                 Guarda, mamma, che ora non è più vero che tu non puoi; da te dipende tutto
               adesso. Ché lo verranno a chiedere a te. Se tu non volessi, se tu anche non volessi
               scegliere mi apriresti davanti una via di disperazione .
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                 (6 settembre ’16). Questo paese è la mia negazione: la mia vita è un continuo sfor-
               zo per non disperare della vita. È terribile, perché io son sicuro che nessuno, nessuno
               di voi immagini qual’è realmente lo stato del mio animo.
                 Io faccio tutti gli sforzi, specialmente ora; ma è innegabile che la mia forza di resisten-
               za non è infinita. Di ciò non vi spaventate: questa penosa condizione dovrà ben finire;
               anche s’io non volessi. Mi atterriscono perfino le settimane che dovrò passare qui, a una
               a una, prima di tornare in Italia. Io sono la negazione di questo paese in tutto e per
               tutto. Ormai chi mi conosce davvero dovrebbe esserne altro che convinto! .
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               Capiva benissimo come questa sua passione fosse in contrasto col livello comune e
            con l’andazzo di molti.

                 (14 agosto ’16). Matto idealista! Non hanno torto: gl’idealisti non sono mai di-
               ventati re del petrolio e padroni economici del mondo; ma se non fossero i matti e i
               poeti il mondo sarebbe e rimarrebbe sempre per tutti la più nauseabonda fanghiglia
               che si possa mai concepire.
                 Solamente certe cose si possono vedere quando c’è da soffrire qualche disagio:
               ché è molto facile fare i cavalieri dello spirito e delle idealità quando il caffè e latte è
               pronto alle otto, la colazione a mezzogiorno, il the alle cinque e il pranzo alle sette
               e mezzo! E ne abbiamo avuto degli esempi, oh se ne abbiamo avuti! Quanta gente
               s’è accorta proprio ora che la propria missione non è quella a cui s’è obbligata, in
               questo momento! .
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               Riacquistò la sua serenità solo quando gli giunse l’ordine di rimpatrio.
                 (20 gennaio ’17). Mammina mia, lettere mie piene di serenità ne riceverai presto,
               quando non sarò più qui; quando sarò lassù! Finché sto qui non e possibile. Del re-
               sto, credo che ormai neanche tu possa più desiderare che io rimanga qui.
                 E desidero che tu sia profondamente tranquilla. Che tu lo sia come lo sono io,
               per ciò che mi riguarda, e perfettamente fiduciosa nella mia sorte. Se non altro, la
               permanenza in questa orribile terra ha valso a farmi sentire subito, con una intensità
               inaudita, l’attrattiva del fronte. Adesso ho raggiunto la mia serenità. Perché essa sia
               completa, non attendo che una cosa: d’aver rimesso piede in Italia, definitivamente.
               Sono profondamente sicuro, te lo ripeto, di me e della mia sorte. E tu devi pensare
               che la stessa ineluttabilità della cosa vi deve rendere sereni. Ora lo posso dire tran-
               quillamente: se non avessi preso parte alla campagna, come, quale avrebbe potuto
               essere la mia esistenza? Sarebbe stata un fallimento completo del mio essere e dei miei
               ideali: non solo nazionali, ma anche, questo che devi capire, individuali. Ora io sarò
               felice quando andrò al fronte, e affretto col desiderio l’ultimo giorno, ormai vicino,
               della mia permanenza quaggiù; non lo sarei ugualmente in altro luogo che al fronte:
               su questo non c’è dubbio .
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