Page 184 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 135
abbiamo obbedito e si portò in una stanzetta che ci siamo stati due giorni, che spesso
si baciava e si pensava che non c’era vicini i suoi cari che potevano l’ultima volta
baciarlo, e sempre più ci cresceva il dolore.
Nel giorno 28 son venuti tutti i suoi amici e comandante a porgergli l’ultimo salu-
to al suo adorato eroe e nella sua partenza alzai lo sguardo e vidi persino il suo Mag-
giore colle lagrime, perché tutti l’amavano. Nella notte l’abbiamo sepolto e prima
l’abbiamo di nuovo baciato per il nostro affetto e pei suoi cari genitori e l’abbiamo
assistito fino alla fine anche fu presente fino all’ultimo il Capitano. Fu sepolto vicino
al paese al sicuro, che se posso venire a casa e se vorranno avere le sue spoglie io li
condurrò e così avrò compiuto il mio dovere.
Signora, mi domanda se i soldati gli volevano bene, come fare a non amare una
persona così cara che in cinque mesi che fu nella nostra compagnia nessuno ha
castigato perché perdonava sempre come anche sempre affabile che tante sere stava
sempre a parlar con tutti, faceva un circolo e lui in mezzo e in tutte le domande che
gli facevano rispondeva e dava dei buoni consigli, era una degna persona.
Pregherò tutte le sere per il mio caro comandante defunto Amerigo. Spero che
mi vorranno perdonare se trovano gli errori e pezzi che ho scancellato ma cosa vuole
avevo scritto di sera perché il giorno mi tocca andare all’istruzione forse diranno
poteva prendere un altro foglio di carta.
Ricevano mille saluti e sono quel povero ragazzo che gli è molto affezionato rice-
vendo quel dono così grazioso che per me come pure la sua lettera così affettuosa.
Di nuovo saluti .
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Il duro criterio selettivo della guerra si può apprezzare nella scelta che essa fece tra i
giovani che, negli anni immediatamente precedenti, redigevano la rivista fiorentina «La
Voce»: Scipio Slataper, Carlo Stuparich, Eugenio Vajna ; indubbiamente i migliori in
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quel cenacolo.
Lo Stuparich e lo Slataper eran triestini. Eran venuti a Firenze con lo stesso animo
con cui vi pellegrinavano gli uomini del nostro Risorgimento: cercando quel che forse
la tranquilla e scettica città toscana non poteva dare: un più vivo e profondo contatto
con la cultura e la tradizione italiana. E sentivan la delusione. Ma, non ostante tutto,
questi giovani trovavano in Firenze un conforto e un calore che sarebbe loro mancato
nelle università di Gratz o di Vienna. Si mescolarono alla vita italiana di quegli anni.
Gridarono anche loro nel tumulto vociano, battagliarono anch’essi con una certa in-
temperanza e parvero confondersi agli altri. Ora però riesce facile differenziarli, per una
ben delineata fisionomia. Non erano puri letterati, né erano disposti, dopo l’ubriaca-
tura del cenacolo, a riadagiarsi nelle consuetudini del vecchio letterato italiano e del
cattolicismo paesano. Avevano un impeto sincero, che, attraversata la letteratura, voleva
sboccare in autonoma e seria opera o di poesia o di filosofia o di storia.
Dalla loro terra giulia recavano una freschezza e un fremito che lo Slataper si compia-
ceva di definir barbarici, raffigurandosi come un nuovo Alboino calante dal Carso sulla
terra italiana per un impeto di feroce amore: volevano recare all’Italia questo alito nuovo
della marca di frontiera, dello strano e selvaggio altipiano. E per certi rispetti Il mio Carso

