Page 188 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  139

                 In piazza della Signoria: un’occhiata alla torre; la torre vale come i miei stivali.
               Sono in mille frammenti. Un pensiero di critica, una futilità banale, un sogno di
               gloria, un momento sentimentale, tutti si equivalgono .
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               E concludeva:

                 Ho fatto abbastanza il bambino e troppo leggermente ho fatto l’idealista. Con
               quel presente riscattatore e quell’«atto» ho giocato assai e mi son divertito poco .
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               Invece s’andava orientando verso un altro ideale. Si ripeteva il monito ermetico di
            Dio all’uomo, suggeritogli da Pico della Mirandola: «Homo, nec te coelestem nec terre-
            num fecimus, neque mortalem neque immortalem». Repugnava alla ricerca astratta di una
            fede, quasi la fede dovesse piover dal cielo sull’inerte sazio di filosofia formalistica, e
            fosse un tesoro scoperto e non un’interna formazione. Per un’ispirazione vichiana sente
            anch’egli il pregio della filologia:

                 Chi direbbe? nella filologia vidi e sentii un mondo morale, e in certe pretese mo-
               dernità e affermazioni filosofico-morali sentii vuoto e stanchezza .
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               Si distaccava dalla moda vociana:
                 Perché devo andare come si va? ah! La pratica deI mondo! Non ho io il mio mon-
               do, dove vado secondo passione e volontà? .
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               Questo era per lui il problema: la conquista d’una idea, d’un contenuto che avesse va-
            lore, a cui potesse e dovesse aderire, senza lasciarsi smagare da una filosofia che si pretende
            superiore a tutti i contenuti, e contempla se stessa già inquadrata nella storia, da un’arte
            che si pretende mistica e nega l’essenziale dell’arte che è il trionfo sul momento mistico.
            Non più ispirazioni titaniche, ma un piano, onesto scorrere di vita semplice naturale, una
            libertà conquistata ogni giorno, scaltrita, che non si lasci conquidere da ribollimenti ro-
            mantici, eppure senza apatia . Il tutto retto dal convincimento che, risoltasi «la forza cen-
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            tripetale organizzatrice che era la fede religiosa», subentra uno sforzo verso l’unità indivi-
            duale: l’ordine da esterno deve diventare interno all’uomo . Proprio in questo momento,
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            che apparentemente avrebbe dovuto portarlo lontano dal Mazzini teorico d’un’organicità
            sociale esternamente superiore all’individuo, egli ritorna al Mazzini migliore, all’uomo
            che aveva calato nell’intimo suo la coscienza e i doveri di tutta la vita sociale . Con questo
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            ritorno al Mazzini egli si trovò pronto per la guerra e pel sacrifizio.
               Partì volontario di guerra fra i granatieri, col fratello Giani e con Scipio Slataper,
            ai primi del giugno ’15. Temeva di giungere tardi per la liberazione della sua Trieste!
            Gli toccò di combattere proprio sulla via di Trieste, che aveva tante volte percorso: la
            via era tagliata dalla trincea. Dalle trincee del Lisert presso Monfalcone vedeva la sua
            città: col binocolo poteva scorgere la torre di San Giusto e gli edifizi prossimi alla sua
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