Page 193 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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144 Momenti della vita di guerra
zione mulesca, il tono e la voglia dittatoriale, un desiderio di dominazione e di forza; e
dell’italiano l’aspirazione a un equilibrio e ad un’armonia classica.
Dapprima aveva ruggito in un disfrenamento fanciullesco e grandioso insieme:
qualcosa come la bora triestina. Non vedeva, non sentiva che se stesso, e si vantava di
poter ampliare il suo io sino a contenere il mondo. Aveva forte il senso della natura:
ma non in uno smarrimento panico dannunziano, in cui si dissolva la personalità, ma
accentrando romanticamente nel suo spirito la natura, diventando lui come il genio del
Carso, selvaggio , sognando in sé arcane e misteriose forze.
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Giungeva a credersi «la voce della vita», s’esaltava in una retorica magica di forza
onnipossente.
Voglio ancora essere più che poeta. Sogno, anzi sento di poter fare il miracolo.
M’avvicino inconsciamente a invidiare con spasimo Gesù. Nel mio letto insonne
penso: Se passo per la strada e voglio, risuscito il morto che è portato accanto a me .
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L’ebbrezza titanica s’accompagna al bisogno d’effusione e di confessione e a una
ricerca d’amicizie muliebri . S’esalta spesso in un desiderio di guidare e di capitanare
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movimenti e, sopra tutto, animi. Il suo egotismo e ben più sincero, più passionale, di
quello di alcuni suoi confratelli della «Voce». Egli non ha dinanzi che se stesso, e s’illude
di poter contenere il mondo, di far di sé il pane del mondo. Il suo io diviene così il con-
tenuto e il tema della sua prima opera: Il mio Carso. E spesso vi si denuda con una certa
impudicizia spirituale, che forse offende la stessa arte, forzando i limiti della sincerità.
Lo slavo prendeva il sopravvento in lui. L’impressionismo artistico, a cui allora aderiva,
egli lo pervade di titanismo creativo.
La parola che supera la parola, che l’annienta, che dà le cose direttamente, mi
turba e mi fa soffrire perché non la so raggiungere .
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Ogni immagine mi costa una notte di pena e un giorno di stupidità .
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Per lui l’arte del poeta consisteva nel costringere gli altri a vedere e a sentire nelle cose
quel ch’egli ci vedeva e sentiva . Nasceva così un’arte «carnale», come dice un suo critico ,
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dalla ricercata asprezza di contorni e di sensazioni, ma difettosa di ritmo vasto, d’architettu-
ra: spesso faticosa per agglomeramento di frammenti compiuti in se stessi. Ma, conchiuso
il frammento, si ha l’impressione d’un tracollo, d’un conato che non si completa e non
s’espande. La visione delle cose è conseguita nei limiti della cosa che diventan limiti del po-
eta: da ciò nel suo poema giovanile il difetto di svolgimento: quella costante presenza d’un
identico animo, che si ripete in occasione di diversi oggetti, di svariate visioni e ricordi.
In cambio dello svolgimento v’è la catastrofe. Con la fine del Carso gli si spezza il
motivo lirico.

