Page 194 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 145
Il Carso doveva essere il poema dell’amore del poeta, dell’amore dei vent’anni che
india ed esalta, un turbine rapinante. Ma l’esaltazione dell’io avvelena quell’amore. L’a-
more è l’amore sognato che toglie quasi a pretesto la donna amata: il poeta ama, come
osserva Giani Stuparich, più il suo amore che la sua donna . È amore egoistico. Aveva
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accettato l’amata, Anna, Gioietta, nel regno dei suoi sogni, ve l’aveva coronata regina,
ma quasi l’aveva soffocata, riducendola a un fantasma inebriante fra gli altri, in funzione
della sua poesia, e disconoscendole l’autonomia spirituale e umana. E nella realtà era
avvenuta la tragedia. La donna, trasfigurata in un fantasma di poesia, in una nota lirica,
non aveva saputo sistemarsi in quell’amore turbolento, romantico: non era a arrivata
quietarvi il suo interno travaglio e si era uccisa.
Allora crollò tutto l’orgoglio egoistico-romantico del poeta. Fu costretto dal dolore
a ridursi uomo fra uomini: a sentire il vuoto dei fantasmi di cui si pasceva, a sentire
oltre la scenografia delle visioni poetiche, il problema delle verità e il problema morale,
a discender nel mondo, lontano dalle visioni e dalle evocazioni per ricercare un valore
cui l’io si pieghi come a una legge: la verità; un valore a cui l’io si esalti trasfigurato in
principio universale: la legge morale. Allora egli ritorna uomo tra uomini, riconosce il
mistero degl’individui.
Nessuno può penetrare dentro una persona e amarla così perfettamente ch’essa sia
legata a noi come corpo nel corpo. Uno può morire poiché nessuno lo può compren-
dere; dentro ogni individuo c’è un segreto tutto suo, che l’amante e il maestro non
toccano. E l’individuo è per l’eternità staccato dagli altri individui ed aspira ad esser
tutto, dalle punta delle dita alla sua fede, tutto un segreto senza invisibile, che altri lo
possano cercare, muto e solo; egli aspira alla sua pace d’individuo, dove la sua forma
non sia turbata dalle altre, esser tutto suo .
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Il mio Carso si chiuse oltrepassando la disperazione per Gioietta morta: con l’al-
beggiare, dopo l’uragano dell’egoismo romantico, d’un più sereno mondo, nell’ultima
scena del libro: la visione del porto laborioso di Trieste.
Qui è ordine e lavoro. In Puntofranco alle sei di mattina l’infreddito pilota di
turno, gli occhi opachi dalla veglia, saluta il custode delle chiavi che apre il magaz-
zino attrezzi. I grandi bovi bruni e neri trainano lentamente vagoni vuoti vicino
ai piroscafi arrivati ier sera; e quando i vagoni sono al loro posto, alle sei e dieci i
facchini si sparpagliano per gli hangars. Hanno in tasca la pipa e un pezzo di pane.
Il capo d’una ganga monta su un terrazzo di carico, intorno a lui s’accalcano più di
duecento uomini con i libretti di lavoro levati in alto e gridano d’essere ingaggiati. Il
capo ganga strappa, scegliendo rapidamente, quanti libretti gli occorrono, poi va via
seguito dagl’ingaggiati. Gli altri stanno zitti e si risparpagliano. Pochi minuti prima
delle sei e mezzo il meccanico con la blusa turchina sale sulla scaletta della gru e apre
la pressione dell’acqua; e infine, ultimi arrivano i carri, i lunghi scaloni sobbalzanti e
fracassanti. Il sole strabocca aranciato sul rettifilo grigio dei magazzini. Il sole è chia-
ro nel mare e nella città. Sulle rive Trieste si sveglia piena di moto e colori.

