Page 189 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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casa, dov’erano rimaste la madre e la sorella . Nella vita durissima di combattimento
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per due mesi continui, nel logorio del suo reggimento, uno dei più splendidi di tutto il
nostro esercito, le illusioni si dispersero. Ma subentrò un animo di pazienza tenace, di
sforzo senza lamento, di bontà forte e insieme accorata dalla nostalgia della casa e della
famiglia e dal dolore della guerra. Scriveva ad un’amica di famiglia:
(5 agosto ’15). Ma qui non bisogna stupirsi di nulla, si mangia, si dorme, si vive
quando e come si può; il benessere individuale non conta, non può contare, perché se
no dove va a finire il benessere dell’organismo gigantesco, ma delicato, che è l’esercito?
Qui l’uomo non vale che come energia da sfruttare, non come persona che vada
soddisfatta. In primo tempo non si capisce ciò e possono venire anche le umiliazioni
per noi che finora invece di dare, abbiamo tutto ricevuto dalla mamma. Ma poi la
buona volontà fa tutto.
Vede, alla proposizione di su manca il punto fermo; avevo dovuto interrompere
perché gli austriaci ci hanno bombardato le trincee; a poca distanza da noi c’è un
morto; ora tutto è di nuovo tranquillo, in questa povera campagna abbandonata, gli
alberi tremolano al vento marino come se nulla fosse stato. Guardo con meraviglia
la mia mano che scrive.
La buona volontà fa tutto. Si diventa pazienti; ogni tanto un sospiro di nostalgia,
ma passa. È una buona scuola questa, una scuola che sta bene a noi che siamo cre-
sciuti troppo in un mondo creato da una mamma .
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Con tenerezza raffigura il fratello che gli dorme a fianco:
(25 luglio ’15). Anche perciò non potei risponderti così presto: sono alcuni giorni
che non dormo che a minuti, mangio a tutte le ore, non mi lavo. Stamattina c’è stato
un po’ di riposo, ora sdraiato qui all’aperto fra i pini ti scrivo come posso. Giani
riposa profondamente vicino a me e qualche volta lascio di scrivere e guardo la sua
saggia e dolce faccia dormente: tante volte mi verrebbe d’invocare: «Perdimi me,
ma non lasciarmi solo!» Io solo? Non è possibile, solo non sono che mezz’anima e
mezz’anima non vive.
Ma del resto, qui fra i pini c’è molto sole sparso a macchie .
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Però dal fratello ferito si sa distaccare per continuare a combattere, secondo un patto
già stretto, salvo poi a spasimare entrambi l’uno per la sorte dell’altro.
Un gran soffio giallastro, fragore di rottami davanti a me e Giani non si vede. Io
continuo i miei sbalzi e vedo Giani inginocchiato rasente alla roccia con sangue alla
spalla sinistra. «Oh Giani». Vidi subito ch’era leggero, il mio posto non lo potevo
lasciare e continuai (s’era detto fra noi due: nel combattimento ognuno deve pensare
a sé e al dovere generale). Giani si recò solo al posto di medicazione e non ne seppi
più nulla (ore di ansia), ma Giani ebbe più ansia tutta la notte e il giorno dopo volle
vedermi e non volle riposarsi e tutto fu inutile .
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Dopo due mesi e mezzo i due fratelli sono fatti ufficiali di milizia territoriale e inviati
l’uno a Verona e l’altro a Vicenza a istruire i vecchi richiamati.

