Page 185 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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          dello Slataper è l’ultimo tributo della poesia regionale all’unità italiana: di quella lettera-
          tura provinciale dell’ultimo Ottocento, che faceva comunicar tutta l’Italia nello spirito
          d’ogni singola regione. Volevan irradiare la poesia della loro terra, del Carso ancora ignoto
          agl’Italiani, di Trieste emporio di mare sonante di lavoro. Invece deprimevano l’aspetto
          più comune e più noto di Trieste, della città un po’ ciarlona e un po’ pettegola, dell’irre-
          dentismo parolaio e ricco di bugie. Non esitarono ad affrontar la fama di rinnegati essi,
          che, senza trepidazioni, nel momento giusto, diedero tutto il loro sangue. Vissero anch’es-
          si l’idealismo soggettivistico, che allora si diffondeva per l’Italia: in una forma un po’ in-
          genua, che artisticamente si trasfigurava nella contemplazione della propria persona come
          mistero cosmico. Traducevano l’idealismo in un ingenuo fichtismo. Diceva lo Slataper:
               Sento che l’origine delle cose non è che il rassodamento d’un’immagine umana;
             inutile spiegarle con le scienza: solo mezzo tentar di rimettersi in quello stato d’ani-
             mo con cui è sorta quell’immagine .
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             Ma quest’interpretazione estetizzante ed egoistica dell’idealismo, questa contem-
          plazione del divino in noi, quasi un mero fatto, non era in essi puro atteggiamento di
          moda. Vi s’impegnarono con tutta l’anima. Soffiaron sulle ceneri del romanticismo
          latente in ogni uomo moderno e ridestarono ambizioni smisurate, orgogli luciferiani
          e il pathos del genio in contrasto coi tempi e premuto dalle finzioni sociali. Quando
          poi precipitarono da tali vertici babelici, ripresero a costituirsi insieme una vita più
          umile e più seria, una più lata coscienza umana a sviluppare il problema della vita
          morale, a definire le indefinite aspirazioni nei limiti semplici e pure ardui della vita
          quotidiana: insomma, una vita umana in piena autonomia. Sicché, seguendo la loro
          via, a un certo punto si trovarono lontani e remoti dall’individualismo puntuale ed
          esplosivo del primo periodo della «Voce». Lo Slataper, convalescente dalla prima feri-
          ta, ripassava nel settembre del ’15 per Firenze e segnava con acume il distacco:
               Rivisto gli amici. Hanno strepitato tanto per la guerra: e ora chi per una ragione, chi
             per l’altra sono qui: non solo, ma ormai seccati. Firenze è piccola e la sua gente è ferma
             e gira intorno alla sua genialità «istantanea». Manca la costruzione… .
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             V’era in questi triestini qualcosa di Sturm und Drang e di romanticismo del tipo del-
          la scuola di Jena. V’influiva indubbiamente la loro formazione, che aveva risentito della
          cultura straniera. Ma questa agitazione romantica, piuttosto che giovanile imitazione
          scolastica, era momento necessario di un’autonoma formazione spirituale, d’una com-
          penetrazione della morale con la religione di una fede immanentistica: una riconquista
          della fede dopo il tramonto di quella tradizionale.
             Questo scavo in profondità, questa tormentata e sincera ricerca fu vissuta con dolo-
          rosa passione, sul margine dei vent’anni, da Carlo Stuparich.
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