Page 187 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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138   Momenti della vita di guerra

             senza Utica, di cartone con dentro una macchina di fonografo che gracidava: libertà.
             De Sanctis, hai frugato nella mia vanità. Mi irrito con quest’uomo che non so per
             qual’arte mi ha spogliato davanti ai miei occhi scandalizzati .
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             Così era superato lo Sturm, che dopo gli pareva benigno e un po’ sciocco , un po’
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          scolastico. Gli restò però una diffidenza continua contro se stesso, contro i suoi senti-
          menti; li sospettava contagiati di retorica. La retorica dei giovani gli faceva paura, come
          pure la retorica del suo gruppo. Se dapprima aveva benedetto Firenze, da dove il fratello
          Giani gli aveva portato un soffio di libertà spirituale, dopo un anno di vita fiorentina
          concludeva:
               Firenze mi è stata per una parte un fallimento, per l’altra un’esperienza negativa (e
             questo è un frutto reale). Qui la mia vita fu più che mai di riflesso, di satellite: certo
             la debolezza fu mia: ma intanto qui ho trovato una retorica fradicia, la retorica deIla
             modernità e della città; qui ho trovato la retorica dell’idealismo; qui ho trovato un
             uomo che si illude e illude di una sua unità raggiunta di esperienze e di coscienza e
             non è che una sconsolante uniformità meccanica .
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             Trovava in tutto il ribollimento un egoismo vizioso: «pensiamo troppo a noi e su
          noi», introspezione che essicca e intisichisce . Reagisce alla frenesia del moderno pel
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          moderno con cui cercavan di trascinarlo tutti e il filosofo e il pedagogista e lo scultore
          futurista:

               Li guardai tutti sorpreso. «In verità, non vi capisco. Sono sordo, sordo in tutto il
             corpo, e i secoli non li ho contati. Per me il mondo si scioglie in un ronzio vasto e in
             intermittente di eternità» .
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             S’interessò alla cultura filosofica trionfante allora in Italia; quell’indirizzo che identifi-
          cava filosofia e vita lo attraeva e gli repugnava insieme. Prevedeva che quella presunta ric-
          chezza sarebbe inaridita nella vacuità d’una formuletta; intuiva una contraddizione «che
          non si è fatta ancora stridente ma che dovrà esplodere» . Quell’universalizzazione della
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          filosofia in tutt’i campi coincideva con la morte della filosofia . La filosofia della vita di-
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          ventava un credo, una conformazione della filosofia agli schemi cattolici:
               Fare la storia meglio che credere nella storia. Perché, dimmi sinceramente: quando
             dici: credo nello spirito assoluto o in altro, non ti senti ridicolo? Quando dici: sono
             idealista, non ti senti ridicolissimo? .
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             Presentiva il vaniloquio e l’annichilimento fenomenistico dei valori. Notava ironico
          la puntualizzazione indistinta dell’esperienza.

               Per la via de’ Calzaioli. Con le mani in saccoccia, il cervello in vibrazione disor-
             dinata, lasciato andare a tutti i venti. Un’occhiata di sbieco a una «putela», un’altra
             dentro a una drogheria, una agli stivali.
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