Page 191 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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142   Momenti della vita di guerra


             Questo problema degli effetti morali della guerra si riaffaccia frequentissimo nelle
          lettere dei combattenti: estensione di un giudizio storico o pseudostorico sull’azione
          rinnovatrice delle guerre. Nella realtà la guerra doveva agire meccanicamente. Subli-
          mò gli spiriti superiori, ma dilatò anche paurosamente le ferocie e le viltà.
             Mentr’era nei reparti territoriali, giunse la notizia della morte dello Slataper. Fu
          come un appello. Gli entusiasmi erano svaniti, non la coscienza del dovere. I due fratelli
          chiesero di tornare al fuoco con la loro vecchia brigata: i granatieri.
             Carlo Stuparich era accompagnato da un presagio di morte. «Ho speranza col sole,
          ma presentimenti quando si fa scuro» .
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             Trascorse con i granatieri i tristissimi mesi del febbraio e marzo ’16: Oslavia, Len-
          zuolo Bianco, Sabotino.
               Io ho i miei granatieri e il pensiero di mantenere e creare energia affinché valga
             al momento opportuno. Se vedesse quali resistenze! Una notte abbiamo scavato un
             camminamento. Sei ore di lavoro pesante. Qualcuno si ripiegava nel solco fatto dal
             suo piccone e s’addormentava col capo fra le gambe. Non si deve dormire! Io lo
             scuoto, non risponde, poi mi guarda, poi ricomincia il suo lavoro. Il dovere è più
             forte della compassione. Domattina quel camminamento potrà salvar due vite, e più
             è profondo più protegge. Noi fatichiamo molto meno. Giani ha detto: è giusto che
             ufficiali muoiano più dei soldati.

             Cara signora, la patria sulle labbra non è niente. Qui nelle braccia, nei nervi faticanti
          e silenziosi, si sente la gravità, l’onnipotente esigenza della patria .
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               (26 febbraio ’16). Da tre giorni dormo nel fango, tra il fango, col fango, mangio
             e bevo misto a fango, respiro fango, la mia pelle e le mie ossa sono infangate. Non
             c’è roba di lana che tenga. Mi metto a riposare un secondo, platch, frane di fango e
             pietruzze nella bocca, nelle narici, sulle mani, per la schiena. La sera che marciammo
             agli avamposti una bufera di neve e acqua voleva spazzarci dalla strada… Ma oggi mi
             vendico. Seduto dietro una feritoia, in camicia! ! aspiro, mi bagno in questo sole di
             febbraio che oggi finalmente è spuntato .
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               (2 marzo ’16). Ma se la nostra resistenza sarà com’è ora, diciamo pure con com-
             mozione: ça ira.
               Cara signora, anche se sono fradicio non voglio marcire, e non sento di marcire.
             Se alla fine troveremo d’esserci ingannati, se l’Italia non riceverà per quello che ha
             dato, non ci rammaricheremo né ci pentiremo, né sorrideremo d’aver voluta la guer-
             ra, né degli uomini che l’hanno attuata .
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               (4 aprile ’16). Come è vana, come è assurda ogni complicazione psicologica! Ci
             darà la guerra la semplicità piena e tranquilla, devozione e riconoscenza? Ci farà
             apprezzare questa bellezza di vita? .
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