Page 196 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  147

               e inutile. Non è la bellezza che mi spaventa come la montagna; è la grandezza, è la
               completezza che arriva al fremito. La mia umiltà io non l’amo, la devo accettare,
               la devo nutrire col lavoro che mi costa fatica, la devo glorificare in me perché sono
               onesto, perchè sono serio, perché devo riconoscere ch’essa è giusta: ma tutta l’anima
               mia anela alla superbia e all’orgoglio. Vivere organicamente la complessità umana
               (nella storia e nei popoli, negli amici e negli avversari) in modo da poterla esprimere
               e lavorare per gli uomini. Essere un uomo .
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               Il poeta tendeva a trasformarsi in istorico, avendo conseguito la simpatia per l’uni-
            versale umanità: si disciplinava in istudi di rigorosa filologia, proprio secondo il consi-
            glio del Carducci ai giovani poeti.
               Il poeta sarebbe risorto in seguito: «La sincerità è ricompensa d’umiltà» , e la since-
                                                                           99
            rità è il presupposto della poesia.
               Sfiorì in lui l’amore nutrito per la poesia e la retorica hebbeliana della tragicità. Si
            sprofondò in Ibsen, come in un’arte congeniale, e ricostruì tutta l’evoluzione del poeta
            norvegese. Il volume – sviluppo della sua tesi di laurea – era pronto nel maggio 1914,
            alla vigilia della grande guerra e fu pubblicato postumo. Lo spirito dell’opera è segnato
            dai versi dell’Ibsen assunti come motto:

                 Vivere: è pugnare con gli spiriti
                 mali del cuore e del pensiero.
                 Scrivere: è tenere severo
                 giudizio contro se stessi.


               Pur con finissime notazioni sull’arte ibseniana, il problema essenziale del tormentatis-
            simo libro è il travaglio etico del norvegese: l’implacabile controllo. L’uscir fuori dal pigro
            fantastico sogno delle saghe e dalla ribellione catilinaria scomposta: il perseguire un ideale
            etico fuori dalle umane convenzioni: e poi martellarlo e purificarlo, e trarne l’inesorabile
            legge del sacrifizio e della rinunzia: e poi percepire la vacuità dell’astratto moralismo, e
            tendere a calare le cime dell’ideale nella vita d’ogni giorno, e provar l’orrore del passato che
            risorge e dell’amore profanato, e tentar la risurrezione dalla catastrofe: tutta questa storia
            ideale narrarono al poeta del Carso Catilina e Falk, Brand e Peer Gynt, Solveig ed Edda
            Gabler, il costruttore Solness e Gregorio Werle.
               Lo Slataper doveva ritrovare Ia semplicità umana dell’eroismo che lo condusse a
            morte nella meditazione ascetica dell’opera dell’Ibsen: dell’eroismo che ha oltrepassato
            il pathos del primitivo eroe ibseniano: «Il mondo è scardinato. Maledizione su me che
            lo devo rimettere a posto» .
                                  100
               Il volume rimane unico nel suo genere, in Italia, dov’è sì scarso il gusto per la rifles-
            sione sulla vita morale.
               Ma il critico e il poeta non muoiono nel duro mondo morale del norvegese. Ecco,
            per esempio, l’acutissimo giudizio artistico sul Brand:
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