Page 198 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 149
dramma morale, e in sostanza la stessa carità, e a precipitar nel lassismo gesuitico. Lo
Slataper, dopo aver oscillato con la sua anima tedesca verso l’austerità luterana, ritorna
con quella latina verso un umano senso che egli, con molta larghezza, ritiene cattolico.
Gli mancò il tempo per vincere l’interna incertezza: si scatenava guerra mondiale.
Di fronte alla guerra, egli, triestino, aveva ferme convinzioni, e una previsione quasi
profetica. Quand’era venuto a Firenze, portava una conoscenza concreta dei problemi
della sua terra . Pareva che lo sforzo impressionistico della sua arte gli rendesse facile
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l’apprezzamento realistico della situazione della Venezia Giulia. Di spiriti vivacemente
italiani, mal soffriva tutto ciò che d’insincero e d’equivoco si mescolava alla propagan-
da irredentistica. Trovava l’irredentismo vacuo ed inetto nel difendere la nazionalità
italiana, perché contava esclusivamente sulla propaganda. Ora, secondo lui, propagan-
da è cultura depotenziata, discorso generico, vacua iattanza, che molto blatera e poco
conchiude. Invece il problema era di sana e soda cultura: di pensiero che si afferma e
conquide con la sua universalità, che assorbe con le stesse capacità tecniche che crea,
che impone una lingua con i suoi stessi concetti, e si porta appresso l’abito nazionale
di chi la crea. Con logica intrepida egli gridava che bisognava dare a Trieste un’intensa
vita culturale, mancata fin allora per la preponderanza della vita economica. Sostituire
la cultura al vuoto della propaganda: questo era il suo programma dalla semplicità intre-
pida, e che gli valse infinite inimicizie. Poiché far propaganda è facile, e molti credono
di nobilitarsi con essa: crear l’opera di cultura è cosa dura, per la quale più spesso manca
la tenacia di lavoro che la vivacità d’ingegno.
Lo Slataper, che confessava di pensare ad Oberdan tutte le volte che pensava patria,
fu bollato traditore dell’italianità. Tanto più che non voleva che si dissimulasse il proble-
ma slavo nelle terre irredente, non voleva che si desse a credere all’Italia che dall’Isonzo
al capo Planka tutto fosse italiano sull’altra riva.
Per lo slavo egli non aveva antipatia, e ne dava segno palese nel Mio Carso, con l’al-
locuzione al pastore sloveno. Il trionfo dell’italianità egli lo sentiva sicuro quando italia-
nità fosse stato rigoglio di miglior vita spirituale. Non nutriva avversione per i socialisti,
perché sosteneva che l’elevazione delle classi inferiori, favorita dal socialismo triestino,
portava all’irrobustimento dell’italianità. Ma quest’espansione della nazionalità era per
lui cosa ben diversa da quella vagheggiata dai nazionalisti su modelli tedeschi. Non
sopraffazione delle minoranze, ma autocontrollo della maggioranza in una più liberale
giustizia, documento di una forza che non ha bisogno d’esser violenta. Vagheggiava un
possibile accordo con la nazionalità slava meridionale in formazione colla tranquillità
calma di chi è sicuro. Questa forza matura doveva attenuare anche le nervosità degl’i-
taliani di Trieste. Italiani, prima che triestini, dovevano accettare qualunque politica
estera, anche triplicistica, avesse irrobustito l’Italia. Trieste sarebbe stata più sicuramente
italiana: l’irredentismo non doveva essere una piaga debilitante della patria.

