Page 204 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze 155
del nostro borgo, della nostra classe, della regione, della patria, con una mano tesa ai
fratelli che oltre ogni confine collaborano allo stesso ideale. Noi vogliamo grande e
rispettata la patria, ma per virtù di una grande giustizia.
Se però il giorno venga che la continuazione del moto da noi iniziato si prolunghi
in servizio d’immutati ideali sul terreno dell’azione, di qualunque azione diretta, esa-
minata la nostra coscienza, colla stessa serenità della lunga vigilia oscura, sappiamo
rispondere: «presente!» .
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Naturalmente questa politica mazziniana urtava contro tutti gli altri indirizzi: con-
tro l’irredentismo generico, ignaro dei problemi concreti della Venezia Giulia, perché in
un primo tempo il Vajna propendeva non solo a lasciare agli slavi, come terra slava, la
Dalmazia, ma anche ad una soluzione di tipo svizzero per Trieste, sì che essa fosse una
specie di Canton Ticino italiano, sbocco di un libero retroterra slavo. Urtava contro il
nascente nazionalismo, facile a sviarsi dietro ogni parvente, anche se illusorio vantaggio,
per enfasi di potenza, sì da divenire inconscio strumento della politica delle potenze
centrali, del nazionalismo che allo scoppio della guerra era disposto ad accodarsi alla
Germania. E il Vajna l’accusava d’essere null’altro che l’espressione dell’industria pesan-
te. Ma non meno del nazionalismo avversava il socialismo, sopra tutto quello triestino,
perché poco assetato di giustizia, perché sperava in una blanda trasformazione federali-
stica dell’Austria in dipendenza da meri interessi economici. Tutti quanti dovevan «esser
richiamati a questa fortificante ginnastica della determinazione» .
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Indubbiamente l’impostazione prima di questa politica delle nazionalità invece
che dei nazionalismi era felice, anche entro l’interesse dell’Italia. Una nazione non si
rinforza e non si consolida se non irradiando il proprio spirito nel mondo: e il Vajna
acquistato all’Italia dallo spirito del Risorgimento, questo spirito voleva dilatare nel
mondo come prestigio e forza dell’Italia. Senonché gli succedeva quel che toccò al
Mazzini: d’accennare come prossime e conquistabili d’impeto mete e vette, a cui solo
per più lungo rigiro e per più tormentosa via si poteva giungere. Cosí il Vajna, che
contrappone la sete di giustizia alle brame d’imperio e cerca di contenerle in Italia,
nel considerare la formazione delle nazioni balcaniche troppo indulge alla loro natu-
ralistica espansione : troppo s’illude sulla lega balcanica del ’12: che essa sia una lega
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vitale regolata dal senso dell’equità. Non ha la misura del compito che sarebbe toccato
all’Italia se davvero si fosse fatta patrona dei popoli balcanici (salvar gli albanesi dalle
cupidige serbo-montenegrine, e tener giustizia fra serbi, bulgari, greci e romeni!). Po-
poli in istato più arretrato, i balcanici con le loro cupidige dovevano rafforzare piut-
tosto la politica di potenza di stile tedesco che non quella della giustizia mazziniana.
Ma sopratutto sfuggiva al Vajna che l’impostazione di questa politica mazziniana era
un problema di forza, che reclamava l’altra esigenza mazziniana: del comune risveglio
e della rivoluzione dei popoli. La politica europea era imperniata sull’antagonismo
dei due sistemi d’alleanza in contrasto. Poteva l’Italia svincolarsi dalla Triplice, senza

