Page 206 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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La distruzione delle speranze  157

               (o poco loro idealismo militante!) tornano alla sbarra della revisione; il trotto della
               rivoluzione sociale, o quello dell’immensa rinnovazione giusta si ode già… Chi vorrà
               esserne assente si scancellerà da sé e irrevocabilmente dal libro della vita .
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                 Soltanto la risoluzione dei problemi nazionali tempererà, secondo noi, la furia de-
               gli armamenti, sgombrerà il terreno alla trattazione dei problemi sociali, raccorderà
               le sparse iniziative di bene così sul campo religioso quanto su quello civile, permet-
               tendo una convergenza d’interessi e d’idee atta a tradursi così nella confederazione
               d’Europa, come nella riunione delle chiese cristiane. Non c’illudiamo che essa uc-
               ciderà la guerra, ma crediamo fermamente che agevolerà la trasformazione di questa
               forma di guerra verso altre più consone al nostro essere spirituale .
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                 Il nostro Napoleone è Garibaldi, ma anche il nostro Tolstoi si chiama Mazzini .
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               Era come una risurrezione del Risorgimento. In uno degli ultimi scritti concludeva
            con l’invocazione d’una più alta giustizia per tutti i popoli e per tutte le classi, con un
            afflato cristiano che raggiungeva la commozione patriottica e religiosa del nostro ’48.

                 Nessuno di noi sa se dalla guerra ritornerà vivo, dato che a molti, al massimo
               numero di noi, toccherà parteciparvi. Ma quest’incertezza non getterà ombra sull’av-
               venire. Dopo che i suoi problemi saran stati risolti nell’unico atroce modo per ora
               possibile, risorgerà nell’umanità, più forte, come fiamma staffilata dal vento, l’anelito
               delle cose alte e pure che noi abbiamo e dalle quali attestiamo la nostra fede, la nostra
               devozione incondizionata, anche in questa vigilia. Tra le classi e tra i popoli risorgerà,
               ne siamo certi più del sole che vediamo, lo slancio verso l’ultimo legame «nel quale
               tutte le cose saranno riconciliate», lo spirito di Cristo .
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               Scoppiata la guerra, lasciò la moglie e i due piccoli figli, e s’arruolò fra gli alpini.
            Non combatté a lungo. Il figlio del magnate ungherese, che lo spirito mazziniano aveva
            riacquistato all’Italia, cadde a Monte Rosso il 21 luglio 1915.


               A fianco al Vajna militava, nello stesso partito, Pietro Bartoletti da Cesena, che
            doveva cadere sul San Marco il 24 maggio 1917, a circa un anno dal fratello Enea .
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            Era anche lui un temperamento vivace di giornalista, ma non aveva ancora raggiunto
            la nitida e coerente visione politica del Vajna. Cattolico, ma anticlericale, aveva un po’
            ecletticamente arricchito la sua cultura politica. Lo stile rotto ed impressionistico mo-
            stra l’efficacia che su di lui aveva avuto il movimento vociano. Anch’egli aspirava a un
            rinnovamento dell’Italia; nella guerra vedeva un mezzo, quasi meccanico, per agitarla e
            sommuoverla. In questo desiderio si faceva forte sia della propaganda dell’«Unità» del
            Salvemini, sia della propaganda per l’intervento del proprio conterraneo Mussolini. Il
            desiderio di elevare e di tonificare il popolo era il suo assillo costante; un po’ ingenuo,
            ma profondamente sincero. Poi, nell’urto della guerra, avvenne come uno scombusso-
            lamento. Se si rallegrava che nei combattimenti la gioventù italiana si mostrasse supe-
            riore agli avversari, «e questo può essere ben di vanto a questa povera Italia tanto e poi
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