Page 205 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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156 Momenti della vita di guerra
gettarsi del tutto dalla parte dell’Intesa e poi dettar la legge della soluzione mazzinia-
na? Per quanto la prima guerra balcanica rendesse più facile il distacco dell’Italia dalla
Triplice (e per un momento vi pensarono anche i ministri responsabili del regno)
era poi l’Italia in condizioni da chiudersi in uno splendido isolamento, come un po’
vagheggiava il Vajna , proprio quando l’Inghilterra vi aveva rinunziato? La politica
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della conservazione della pace seguita da un trentennio non aveva per presupposto la
preservazione del paese da un reale pericolo? La politica mazziniana del Vajna avreb-
be richiesto un’estrinsecazione di forza esorbitante: una mediazione armata tra i due
blocchi, e una decisa volontà di guerra, ch’egli non osava affermare. Nell’ultima sua
conseguenza la politica mazziniana – e il Vajna lo affermava risolutamente – signi-
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ficava la distruzione dell’Austria. Adottata senza la previsione e la volontà di guerra,
questa politica avrebbe fatto franar su di noi l’Austria che non poteva accettar la sua
morte, allo stesso modo che nel ’14 essa si precipitò sulla Serbia: avrebbe trascinato
al seguito dell’Austria la Germania, che non poteva rinunziare alle forze slave che
l’Austria le metteva a disposizione. Né tale politica dava sicura garanzia dell’appoggio
della Francia e dell’Inghilterra, che, impegnate specialmente contro la Germania,
potevano esser disposte a indulgenza verso gli Asburgo!
Eppure proprio questo carattere d’immaturità della politica propugnata dal Vajna,
che dev’essere fermato in sede storica, le dà ora un valore persistente, ora che la stessa
dura esperienza pare ridestare presso tutti i popoli una volontà di giustizia e di umana
convivenza, e creare i presupposti necessari per la politica mazziniana.
Certamente suscita un senso d’angoscia la profezia di colore apocalittico che questo
glorioso caduto fermava il 20 agosto 1914.
Se ciò non dovesse essere, se dal trattato che porrà fine all’enorme guerra, dovesse
uscir confermata la situazione attuale, oppure gettati con nuovi ingiusti sconfina-
menti i germi di ulteriori revanches, allora si potrebbe non scoraggiarsi, no, dell’av-
venire segnato da Dio al Mondo, ma pronunziare il «finis Europae», attendendo che
Enrico Malatesta vi scateni sopra a purgarla l’impeto delle primigenie passioni .
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Lo spirito mazziniano, se non poteva determinar di colpo la nuova politica estera
d’Italia, diveniva nel Vajna e in molti altri a lui affini il pathos di guerra, l’ideale che
santificava l’uso della forza e suscitava il desiderio del sacrifizio.
Spesso nella nostra prima gioventù una nostalgia amara e indolente ci ha fatto so-
spirare esclamando: «Dio! che cosa c’è più da fare? Aver vissuto coi nostri nonni, aver
respirato l’aria sacra del quarantotto, l’alba di tutte le libertà». Ebbene io vi dico, che
la nostra voce fu stolta perché quest’ora è più grande di quella del Risorgimento; oggi
è il meriggio di quell’alba. Oggi tutte le questioni nazionali, rinnegate, ma sempre
insolute da mezzo secolo, si hanno da risolvere insieme; è l’ora dei credenti contro
i meccanici, della fede contro la economia; tutto è rimesso in discussione, tutti i
processi che i fatalisti aggiudicarono per sempre nella sufficienza della corta veduta

