Page 215 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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166   Momenti della vita di guerra

               Ora ovunque io guardi a me d’attorno, tutto vedo ampio sconfinando, e la mia
             mente va seguendo lontane e fugaci immagini: talora sento che nell’espansione sua
             l’anima vorrebbe troppo fuggire da me: onde quel senso d’intima angoscia, il dolore
             del distacco che sempre accompagna. Non conosco più il raccoglimento, la tran-
             quillità: un’inquietudine continua m’insegue. Quella invano io tento di scacciare:
             l’anima mia ormai ha perduto i confini. Di me stesso io sono l’unico custode, né più
             il pianto può rasserenarmi, né le carezze della madre: qualche cosa di profondo sta
             per mutare in me: non conosco né sento che cosa: talora ho la sensazione che cosi
             non si possa continuare, che qualcosa di grande debba mutare o manifestarsi… Non
             conosco nulla, non vedo nulla, sento soltanto l’inquietudine che m’insegue. Forse ciò
             che sento è l’eco intima di ciò che mi circonda, della crisi che agita oggi tutti i popoli:
             «cosí non si può continuare».
               Talora, quando più acuta sento l’angoscia del distacco, un mi prende desiderio
             nostalgico delle cose piccole, e vorrei dormire sdraiato e tranquillo su un prato am-
             pio, tutto verde e soffice all’ombra d’un solo abete solenne, e sotto un cielo tutto az-
             zurro e luminoso, senza la più piccola nuvola… Ma piú tardi lo spirito mio rimbalza
             stanco già di riposo, riprende il suo vagare randagio… In nessun tempo mai come
             oggi il domani costituì per me una cosí trepida ansietà: che avverrà! che si matura?
             Nessun desiderio è in me così forte come il desiderio del domani .
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             In qualche momento intravede il limite di questa frenesia avveniristica,
               (marzo ’15, diario). Non lo credo, ma ho un forte timore che mi contrista l’ani-
             mo e m’opprime. Temo cioè che noi ci esauriamo nella lotta nella distruzione. Temo
             che, combattuto e distrutto, non ci rimarrà piú né la forza né l’anima di edificare, di
             ricostruire. Dico temo: perché la storia dimostra che i grandi rivoluzionari finirono
             col disfare quanto gli altri avevano fatto, senza costruire temo nulla. Così sia per
             essere di noi.
               Ma nessuna paura! Perché dietro noi verranno altri ancor giovanissimi, ancora
             quasi adolescenti, forti come noi, animosi come noi, nuovi e pieni come noi .
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             Dall’appercezione oscura del limite e del difetto del suo avvenirismo derivò proba-
          bilmente il mutamento che ci attestano la sua corrispondenza e gli appunti di guerra.
             Egli non aveva fatto per giuoco. In quel suo messianismo senza provvidenza c’era
          pur sempre posto per una sua austera azione.
             Scoppiata la guerra, s’arruolò fra gli alpini. A malincuore, per puro senso di dovere,
          divenne ufficiale. Con la guerra cadde anche per lui la febbre dell’intervento. Si chiuse
          in una taciturnità tutta azione. S’accertava costantemente se l’opera sua era adeguata
          alla sua volontà. Maturava e un senso raccolto della vita; trepidava per l’inaridirsi del
          l’uomo, rigoglio della gioventu nella pratica, nell’atione stessa. Continuava l’insofferen-
          za interiore. Scriveva ai suoi:

               (Caprino, 6 agosto ’15). Sto bene, assai bene, benché, nel fondo, ogni istante mi
             sia di dolore. Io non so che mi sia, ma non conosco piú gioia, ovverosia m’è di gioia
             il dolore, l’angoscia… Sono solo, sempre solo: poiché allora intera è la mia angoscia,
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